In questo articolo vi mostreremo alcuni dati, metteremo in campo alcune considerazioni e prenderemo tutte le precauzioni possibili. L’obbiettivo è aprire un dibattito sano e costruttivo, magari mettere al corrente qualcuno di voi lettori sulle ultime vicende.

Lo scontro su quando e se far ripartire il calcio italiano è oramai all’apice. La stessa redazione di Omnia Football ha più correnti interne. Personalmente credo ci siano molteplici fattori da prendere in considerazione, soprattutto per non rendere il discorso generalizzabile. Andiamo per ordine.

Prendiamo prima di tutto i dati più recenti sull’emergenza COVID-19 nel nostro paese: in Italia nella giornata di ieri (19 maggio) sono stati registrati +162 decessi, +813 infetti e +2.075 pazienti guariti dal virus (Open). I numeri sono in leggero rialzo rispetto a martedì, il motivo risiede nel numero di tamponi effettuati: 63.158 (ieri) rispetto ai 36.406 del 18 maggio. L’Italia e i suoi cittadini stanno facendo bene e auspichiamo continuino a farlo. Successivamente ai dati relativi al quadro sanitario troviamo quelli economici. Ben più negativi.

Entriamo in una fase economica poco chiara e molto difficile, in cui 3 attività su 10 non apriranno e le altre 7 faranno il possibile per rispettare le norme del nuovo Dcpm del Governo Conte. Come ogni attività che si rispetti in questi giorni anche il calcio ha fatto i conti, nonostante manchi la certezza sulla riapertura del campionato. Le società di Serie A hanno allestito nei loro centri sportivi ogni struttura e organizzazione per potersi allenare in totale sicurezza.

Questo è almeno quello che emerge dal Blitz subito dalla società biancoceleste che ha visto una serie di controlli a Formello, casa dei capitolini. Nessuna illegalità, anzi arrivano i complimenti per l’organizzazione. Perché sì, è possibile organizzarsi bene e in sicurezza, basta volontà e nel caso della massima serie ci sono anche i fondi.

Il Calcio genera 4,2 miliardi di euro, di cui 1,2 vanno al fisco (dati 2019, ilsole24ore). L’Italia produce il 12% del PIL del calcio mondiale. In Italia sono 4,6 milioni i praticanti, 1,4 milioni i tesserati FIGC e sono quasi 570 mila le partite ufficiali disputate ogni anno nel Bel paese. Con questi numeri non è difficile immaginare il motivo per il quale è tra le dieci aziende più importanti d’Italia. Al suo interno trovano lavoro oltre 500 mila persone (calciomercato.com).

Proprio questo è l’aspetto su cui vorrei soffermarmi, perché sui social network si pensa spesso che il calcio sia fatto di “22 persone che corrono dietro un pallone” ma non è così. Come ricordato da Paolo Maldini e Ilaria d’Amico nella puntata del 17 maggio a “Che Tempo Che Fa”, trasmissione condotta da Fabio Fazio, il calcio è anche e soprattutto coloro che lavorano dietro le quinte. Pensate a quante persone sono, oggi, in cassa integrazione perché il calcio è fermo. Oltre ai calciatori abbiamo un sistema che vede protagonista fotografi, giornalisti, sicurezza (degli impianti), segreterie e uffici stampa ma anche redazioni sportive. Troviamo anche attività spesso connesse al calcio come l’edilizia, sorveglianza privata, servizio giardino, pizzerie, ristoranti o i più famosi “paninari”. Pensate a quante persone lavorano nei negozi ufficiali e non, a tutti coloro che fanno radio oppure hanno programmi televisivi.

Insomma, il calcio è un’organizzazione davvero immensa che muove miliardi e, nonostante in altri paesi alcuni campionati siano ripresi o a breve riprenderanno, in Italia c’è tanta confusione. L’esempio della Bundesliga è il più vicino a noi. La massima serie tedesca ha scritto un protocollo (Rai Sport) per limitare i contatti e l’eventuale diffusione del nuovo coronavirus in campo.

In Italia abbiamo avuto diversi casi di contagio tra giocatori è vero, però in Premier League hanno trovato una soluzione anche per noi. Chiunque risulti positivo ai test (settimanali) deve essere allontanato dal campo d’allenamento e messo in quarantena. Un esempio è il Leicester che ha visto positivi tre dei suoi giocatori. Nonostante questo, la Premier punta a riaprire i battenti il 12 giugno. Ricordiamo che il paese anglosassone è al quarto posto in Europa per contagi e al primo posto, purtroppo, per morti di COVID-19.

Nessuno di noi, io compreso, vuole una riapertura frettolosa che metta in pericolo la salute dei calciatori, degli addetti ai lavori e tutti noi. Però le decisioni del CONI e della FIGC devono essere prese in considerazione dal Ministro Spadafora, il quale ad oggi ha fatto semplice ostruzionismo. Ci sono centinaia di migliaia di persone (e famiglie annesse) oggi in cassa integrazione perché manca una progettualità anche futura del calcio, una importante industria italiana che regala a oltre 32,4 milioni di persone emozioni indimenticabili.

Perché il calcio, a mio modesto parere, non è solo grandi numeri ma ha un rapporto più intimo con ognuno di noi. Lo sport, più in generale, è fondamentale per lo sviluppo psico-fisico delle persone. A dirlo è anche l’art. 31 della Convenzione sui diritti dell’infanzia, “Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica […]”. Seppure impossibile un ritorno di noi calciatori dilettantistici (lasciando comunque molte società piene di debiti), vorrei almeno poter godere di una partita domenicale a porte chiuse.

Il calcio deve, a mio modesto parere, ripartire tenendo conto di tutti i fattori (economico-sociali) del caso. Soprattutto FIGC, CONI e il Ministro Spadafora hanno l’obbligo e il dovere di progettare il prossimo campionato, non solo di Serie A. Grazie agli introiti del calcio è possibile il mantenimento di molti altri sport su tutto il territorio italiano, in quanto è quello che contribuisce al 70% del gettito fiscale complessivo del comparto sportivo italiano (ilsole24ore).

Il rischio che corrono le società italiane è anche quella di non poter avere potere contrattuale nel mercato estivo con i giocatori, o futuri acquisti, perché mancano le certezze sulla data di apertura. Pensate a quante società, a causa dei mancati pagamenti dei diritti tv dovranno cedere o scambiare giocatori. In un momento storico in cui la Federcalcio era riuscita a portare l’Italia tra i maggiori competitor mondiale per il gioco del calcio, oggi potremmo tornare indietro di diversi anni. La speranza è quindi una programmazione della riapertura e del prossimo campionato. Le soluzioni sono sul tavolo, ora spetta al Governo decidere quali adottare.

La LND in questi mesi ha sospeso i campionati minori rendendo impossibile il rientro e mettendo a rischio i bilanci delle società più piccole. Il mio auspicio è che tutto questo possa finire, sempre più persone possano uscire dalla cassa integrazione e che si possa tornare ad una graduale normalità con le precauzioni del caso che dovranno essere i nostri gesti quotidiani. Con l’attenzione di tutti possiamo tornare a vedere partite in TV e lavorare da casa o in ufficio.

L’appuntamento è fissato al 13 giugno che spero possa essere il giorno della verità(?) e la fine dell’incubo di molte famiglie e sportivi.