L’11 Settembre 1973 è un giorno triste per il Cile: quel giorno, infatti, il governo del presidente eletto Salvador Allende fu rovesciato con un golpe, per mano dei militari comandati da Augusto Pinochet.

Da quel giorno, il Paese si trovò governato da una dittatura militare che non tollerava opposizioni: iniziarono subito una serie di deportazioni e torture dirette a quelli che, secondo Pinochet, erano nemici del regime.

L’Estadio Nacional di Santiago, capitale cilena, ospitava le partite delle tante squadre della città e quelle della nazionale: la Roja. Quando la dittatura si instaurò, però, lo stadio venne utilizzato come campo di concentramento e molte persone vennero portate all’interno dell’impianto prima di essere torturate, uccise o fatte sparire in uno dei tanti voli della morte.

I militari all’interno dell’Estadio Nacional, dopo il golpe dell’11 Settembre

Nel frattempo, la nazionale di calcio cilena era impegnata nelle qualificazioni al Mondiale in Germania Ovest del 1974, dopo l’assenza dall’edizione precedente in Messico nel ‘70.

Durante il girone di qualificazione sudamericano, sfruttando il ritiro del Venezuela, i cileni riuscirono ad avere la meglio sui rivali del Perù: all’andata i peruviani vinsero per 2-0, stesso risultato nel ritorno ma in favore della roja e nel replay, giocato a Montevideo, il Cile riuscì a vincere e ad eliminare i biancorossi.

Per riuscire ad arrivare alla competizione iridata il Cile doveva ancora, però, battersi contro una squadra del girone Europa. Il destino volle che, a pochi mesi dal golpe militare, lo spareggio mondiale sarebbe stato Cile-URSS.

URSS-Cile, immagine della partita

Il governo di Allende fu il primo retto da un socialista eletto democraticamente. I rapporti, quindi, con l’Unione Sovietica erano buoni e nel mondo spaccato in 2, il Cile si schierava con i Paesi del Patto di Varsavia.

Dopo il golpe, con il sospetto del finanziamento degli USA ai golpisti, i rapporti tra i sudamericani e i sovietici divennero irrimediabilmente pessimi. I russi chiesero alla FIFA di indagare sulle torture perpetrate dal regime all’interno dell’Estadio Nacional designato per ospitare la partita di ritorno.

In un clima di tensione surreale, il 26 Settembre 1973 al Central Lenin Stadium di Mosca, davanti a 49.000 persone, andò in scena l’andata dello spareggio mondiale. La partita fu molto dura, i sovietici si lamentarono poi dell’arbitraggio del brasiliano Armando Marques, ma finì in un pareggio a reti bianche. Tutto rimandato al ritorno, il 21 Novembre 1973 all’Estadio Nacional di Santiago.

La FIFA concluse le indagini, richieste all’Urss e da altri paesi, sull’utilizzo dello stadio come campo di concentramento: i commissari internazionali negarono che lo stadio fosse utilizzato come campo di concentramento e diedero il via libera alla partita. I sovietici, allora, presero una drastica decisione: non si sarebbero presentati a Santiago per disputare il ritorno, in protesta con l’insabbiamento della FIFA.

Tutti erano a conoscenza della decisione, ma Pinochet obbligò la federazione a far giocare la partita, senza avversari in campo. Cosi, davanti a circa 15.000 persone, il Cile scese in campo da solo. 11 giocatori contro 0. Battuto il calcio di inizio, tutti i componenti della squadra toccarono il pallone prima che venisse depositato nella porta sguarnita dal capitano Francisco Valdes. Gli spettatori guardarono ammutoliti quella scena paradossale mentre si preparavano ad assistere all’amichevole tra la roja e il Santos.

I giocatori cileni dopo il gol di Valdes.

La FIFA diede la vittoria a tavolino al Cile e nei referti la partita risulta finita 2-0. Il Cile si qualificò quindi al mondiale dell’anno successivo dove uscì ai gironi dopo aver affrontato Germania Ovest (squadra di casa), Germania Est e Australia.

Carlos Caszely passò alla storia per essere stato il primo giocatore ad un mondiale a cui l’arbitro abbia sventolato il cartellino rosso (misura adottata nel 1970 ma mai utilizzata fino ad allora), ma non solo: lui, nemico dichiarato del regime militare, rifiutò di stringere la mano a Pinochet, rischiando la sua e la vita dei suoi familiari.
Il regime in Cile durò fino al 1990 e fece 40000 vittime tra uccisioni, torture e i cosiddetti desaparecidos.

L’incontro tra Pinochet e Caszely, il calciatore rifiutò di stringere la mano al dittatore cileno.

Nella storia del football, tutti i regimi totalitari, di ogni genere, hanno utilizzato il calcio come vetrina o come strumento di propaganda. L’impatto sull’opinione pubblica del calcio è talmente grande che, purtroppo, i regimi cercano di sfruttarlo per legittimare le proprie politiche e per gettare del fumo negli occhi di chi cerca di investigare sulla situazione.
Fortunatamente nell’arco del tempo ci sono state, e continuano ad esserci, persone che hanno lottato perché il calcio fosse uno strumento di libertà, condizione fondamentale per vivere e giocare a calcio felici.