Continua la rubrica “Le radici politiche nel pallone”. Questa volta andremo a scoprire la storia, fatta di minacce e paura, dello Zaire ai mondiali del 1974, in Germania Ovest.

Il territorio dell’attuale Repubblica Democratica del Congo, in Africa, è stato sotto il controllo coloniale del Belgio fino al 1960. In quell’anno il monarca belga Baldovino consegnò il paese alla guida di Lumumba, leader della corrente indipendentista del Congo. Un anno più tardi, Lumumba fu assassinato e nel paese scoppiò un terribile guerra civile che si concluse nel 1965 con il colpo di stato del maresciallo Joseph Desiré Mobutu.

Mobutu instaurò una dittatura violenta nel nome dell’identità africana. Rinominò il paese in “Zaire”. Cambiò il nome della capitale da Leopoldville (chiamata così dai belga in onore di Re Leopoldo) a Kinshasa, modificò il suo nome (nel 1971) in Mobutu “il guerriero che va di vittoria in vittoria senza che alcuno possa fermarlo”. Cambiò anche il soprannome della nazionale di calcio del paese da i leoni a i Leopardi.

Un’immagine del generale Mobutu

Proprio il calcio era la sua grande passione. Per questo Mobutu decise di pagare di tasca sua alcuni dei più grandi calciatori originari dello Zaire, che militavano nel campionato belga, per portarli a giocare nel campionato congolese. L’effetto si vide subito: il livello del campionato si alzò notevolmente e il TP Englebert riuscì a imporsi due volte, consecutivamente, nella CAF Champions League nel ’67 e nel ’68; successo raggiunto anche dal Vita Club, nel ’73. La nazionale, inoltre, riuscì a vincere due volte la Coppa d’Africa nel ’68 e nel ’74.

Nel 1974, ai mondiali di Germania Ovest, tra i 16 posti disponibili per giocare la competizione soltanto uno fu riservato all’Africa. Dopo il Marocco, a Messico ’70, proprio lo Zaire divenne la seconda squadra del continente nero a partecipare alla coppa del mondo dopo aver eliminato Togo, Camerun, Ghana, Zambia e Marocco durante le qualificazioni.

Visto il grande successo e il traguardo raggiunto dei mondiali, Mobutu convocò la squadra e promise a tutti i giocatori, e alle rispettive famiglie, grandi premi in denaro, oltre che a terreni e case, se avessero mantenuto alto l’onore del Paese durante il campionato del mondo. L’obiettivo di Mobutu era quello di sfruttare l’immagine della propria nazionale per dimostrare la forza del paese sotto il suo comando e quindi l’efficacia delle sue politiche.

I giocatori, sotto la guida del CT jugoslavo Blagoje Vidinic, partirono alla volta della Germania credendo che, una volta tornati in patria, sarebbero diventati ricchi. Inserito nel gruppo B, lo Zaire era considerato però la cenerentola della competizione e il campo non confutò questa teoria. Nel gruppo B lo Zaire affrontò rispettivamente Scozia, Jugoslavia e Brasile. Il 4-2-4 offensivo scelto da Vidinic si dimostrò non all’altezza e nella prima partita gli scozzesi si imposero per 2-0.

Immagine della partita tra gli scozzesi e i “leopardos” congolesi

La sconfitta non piacque a Mobutu che si aspettava una reazione nella seconda partita contro la Jugoslavia. Ma dopo 13 minuti del primo tempo gli slavi conducevano la partita per 3 reti a 0. Partì una chiamata da Kinshasa che arrivò al CT degli africani: il portiere, e capitano, Muamba Kazadi doveva essere sostituito dalla riserva Dimbi Tubilandu. Kazadi lasciò il campo in lacrime, ma la sostituzione non cambiò le sorti del match: alla fine del primo tempo la Jugoslavia vinceva per 6-0. La partita finì 9-0 e il coach Vidinic fu accusato di aver passato gli schemi da lui scelti ai suoi connazionali.

Dopo la pesante sconfitta subita contro la Jugoslavia, il presidente Mobutu partì per la Germania insieme ad altri collaboratori armati. Arrivato al ritiro della squadra, Mobutu incontrò la stessa e minacciò i calciatori e lo staff: al Brasile, non ancora qualificato per il turno successivo, serviva una vittoria per 3-0. Quello era il massimo del passivo che il dittatore poteva accettare, superato: i calciatori avrebbero subito le conseguenze della sua ira e con loro anche le famiglie.

Il 22 Giugno 1974 andò quindi in scena l’attesa partita. Il Brasile a 10 minuti dalla fine conduceva tranquillamente la partita per 3 reti a 0 quando venne fischiata una punizione al limite in favore dei verdeoro. Sul pallone Rivelino, che si apprestava a calciare col suo magico sinistro. I calciatori africani guardavano col fiato sospeso: se il pallone fosse andato in rete avrebbero rischiato la vita. Dalla barriera improvvisamente si staccò Mwepu Ilunga e si diresse correndo verso il pallone. Sotto agli occhi attoniti di Rivelino, Mwepu calciò la palla a cinquanta metri di distanza. I brasiliani e il resto del mondo risero davanti a quell’inspiegabile gesto, l’arbitro ammonì Mwepu e fece risistemare il pallone.

Mwepu mentre calcia via il pallone

La partita finì 3-0 e i congolesi riuscirono a salvarsi. Ma una volta tornati in patria vennero comunque emarginati e ridotti in povertà dal regime di Mobutu, a causa del pessimo mondiale chiuso con 0 reti fatte e 14 subite.

Per molti anni il gesto di Mwepu venne visto come simbolo dell’arretratezza del calcio africano: il mondo pensò che i giocatori dello Zaire neanche conoscessero le regole del gioco. Soltanto quando Mwepu raccontò la sua storia alla BBC, nel 2002, venne a galla la verità. Mwepu aveva paura che potessero fare del male alla sua famiglia e a lui stesso e, preso dal panico, calciò via quelle paure insieme al pallone di Rivelino.

Mwepu neanche avrebbe dovuto giocare quel giorno. Nella partita di 4 giorni prima, contro la Jugoslavia, l’attaccante Mulamba N’Diaye venne espulso per sbaglio dall’arbitro colombiano, Omar Delgado, proprio al posto di Mwepu.

Oggi quel pallone calciato via con paura e rabbia viene visto come un gesto di ribellione dalla terribile dittatura di Mobutu. Il calcio africano è cresciuto e si è liberato, almeno in parte, delle pressioni dei capi di stato. Nel 2010, al mondiale giocato in SudAfrica, il Ghana arrivò ad un passo da una storica semifinale, fermato solo dalla traversa colpita da Giyan su un rigore calciato al 120′. Il TP Mazembe, squadra proprio del Congo, raggiunse, sempre nel 2010, la finale del mondiale per club, eliminando i brasiliani dell’Internacional de Porto Alegre per poi perdere in finale contro l’Inter. Grandi calciatori africani continuano a crescere e ad arrivare nei più importanti campionati europei, mentre la storia dello Zaire rimane una delle più tristi mai accadute in un mondiale.