Fiumi di inchiostro hanno accompagnato la sua discesa negli inferi. Un mare di alcol lo ha inghiottito troppo giovane e troppo spensierato perchè lui potesse nuotare verso la riva, verso la salvezza rappresentata da una vita normale. Se così si può definire la vita di un uomo il cui soprannome è “il quinto beatle“. Troppo profondo, quel dannato mare, troppo buio per vedere la luce che si è spenta definitvamente il 25 novebre 2005. Stiamo parlando di lui, del solo ed unico George Best.

Vi avevamo già raccontato qualcosa sulla sua leggenda, ma niente è mai abbastanza quando si parla di Best. In molti hanno provato a descriverlo, c’è chi ha scritto libri, c’è chi ha fatto programmi tv, ma nessuno potrà mai rendere l’idea di quanto sia stato importante e bello nella storia del nostro magnifico sport.

Altri hanno provato a sfruttare i suoi demoni per creare un‘immagine distorta dell’uomo che fu. Hanno sfruttato la sua esuberanza, la sua personalità per giustificare uno stile di vita sfrenato, da “bomber”. E hanno fallito, perchè Best non è stato un uomo qualunque. Ha rappresentato una crepa, una spaccatura tra ciò che è venuto prima e ciò che è venuto dopo di lui. George è stata la prima pop-star del calcio mondiale, è stato il Jim Morrison del pallone. Un poeta maledetto al soldo del football. Un rivoluzionario, incontenibile sul campo come fuori.

Non si può certo biasimare, però, chi ha provato ad andare oltre la figura del calciatore alcolizzato. Perchè se è vero che fiumi di inchiostro sono stati spesi, un oceano ancora potrebbe essere usato per cercare di inquadrare una figura ben più complessa di quello che è agli occhi del grande pubblico di questi tempi.

Lui stesso, nelle sue due autobiografie, ha provato a dipingere la sua vita complessa, permettendoci di andare oltre le mere statistiche sportive. La vita di Best è paragonabile a quella di un eroe romantico, in netta contrapposizione con i calciatori del suo tempo, o quantomeno con la loro immagine pubblica di grandi atleti tutti d’un pezzo, gentlemen che rispondevano ad una visione più classicista del’eroe. Ecco, Best è stato forse il primo calciatore così forte e allo stesso tempo così anticonvenzionale.

Diventa quasi superfluo parlare dei 137 gol con la maglia del Manchester United, del pallone d’oro nel 1968. Che senso ha ricordare ancora una volta la storia del tunnel a Johan Cruijff, in quel 13 Ottobre 1976, quando Best disse all’olandese: “Sei il migliore del mondo solo perchè io non ho tempo“? Sarebbe ridondante, inutile. Piuttosto, è più interessante cercare di capire perchè Best e Cruijff siano così simili, alla fine, e perchè dietro quella frase ci fosse tutto quel rispetto. Perchè Best rispettava davvero tanto il campione dell’Ajax.

Best e Cruijff

In fondo Best aveva ragione: non aveva tempo, non lo aveva più. Nel 1976 era impegnato a far capire ai suoi allenatori dei Los Angeles Aztecs che se vieni sostituito non puoi più rientrare in campo, anche in caso di calci di rigore. Il suo lo aveva già fatto, probabilmente Cruijff non sarebbe stato quello che è poi diventato, senza Best. Senza quel pazzo nordirlandese che apriva un negozio in pieno centro a Manchester. Senza le sue pubblicità sulle uova da mangiare a colazione con gli scontati giochi di parole sul suo cognome. Senza la sua casa alla 007, la sua così imponente figura nella cultura giovanile, i calciatori sarebbero rimasti, agli occhi della gente, poco più di robot. Incapaci di essere vivi, di lasciare un segno al di fuori del campo da calcio, con le loro manine alzate dopo i gol e quello strano modo di correre presi da una felicità contenuta. Best fu il primo, Cruijff fu un suo successore, solo un po’ più continuo sul campo da calcio.

Perchè la continuità è il vero buco nero della storia di Best. Troppe poche le stagioni in vetta all’Everest calcistico. Solo, si fa per dire, 10 anni al Man Utd. Ma “solo”, perchè se ci pensate, quando Best ha incominciato a girare i continenti tra gli Aztecs a Los Angeles, i tornei di calcio a 5 in Africa e i contratti a partita con le squadrette inglesi per fare un po’ di botteghino, aveva solo 27 anni.

Ma chi siamo noi per giudicarlo? Come possiamo giudicarlo fuori e dentro al campo? Leggere le dichiarazioni dei difensori che lo hanno affrontato in quegli anni fa capire di cosa veramente fosse capace su quel rettangolo di gioco. Leggere le sue frasi ad effetto, di come abbia sperperato le sue fortune solo quando non lo usava per alcol, donne e macchine di lusso (le Jaguar, sua grande passione), fa capire quanti gridi d’aiuto non siano stati ascoltati. Vittima di se stesso e della società dell’epoca. Vittima della violenza, quella del suo paese, incapace di far convivere le persone senza che qualcuno piazzasse una bomba sotto un auto parcheggiata o incominciasse a sparare nel nome di un Dio che aveva evidentemente voltato le spalle a quel lembo di terra.

Perciò, se volete un quadro su il grande campione del passato che è stato George Best, colui che disse che “se fossi nato brutto non avremmo mai sentito parlare di Pelè“, dovete comprendere la sua vita, prima che il suo modo di giocare a calcio. Dovete capire il suo spirito rivoluzionario, la sua paura ed insicurezza velata da una faccia da playboy e una bottiglia di Vodka nel suo pub preferito, il Brown Bull a Chapel Strett in quel di Manchester. Dovete leggere le sue parole, i suoi libri. Cercare di andare oltre al calcio e alla vita mondana, per una volta, e cercare di capire la persona. La persona che ha rivoluzionato tutto. Quella che se fosse stata capita, probabilmente, oggi sarebbe ricordata coma la più grande di sempre, sul campo.

Almeno, questo era quello che pensavano le 25.000 persone che hanno accompagnato il suo ultimo saluto a Belfast, nel novembre 2005, fino al cimitero di Roselawn. Loro avevano compreso Best, le sue richieste di aiuto, la sua solitudine, forse troppo tardi. Ma come diceva lui, se anche una sola persona si ricorderà delle sue giocate e penserà che lui sia stato The Best, allora avrà vinto.

E ha vinto.

Hai vinto, George.

PELÈ GOOD. MARADONA BETTER. GEORGE BEST