Quante volte lo abbiamo sentito dire o quante volte lo abbiamo pensato: il calcio è di tutti, il calcio è della gente. Beh, bello da dire, sicuramente. Poi magari vediamo. Perché per quanto i tifosi si sforzino di guardare alla realtà del calcio moderno come un’entità ancora mossa dai sentimenti dei supporters, il movimento calcistico mondiale si sta evolvendo sempre di più in un business distaccato dalle volontà e dai bisogni dei tifosi classici, per andare verso i più occasionali, quelli affamati di entertainment e pronti a spendere in abbonamenti saltuari a pay-tv. Eppure, negli ultimi anni, qualcuno sta provando a dare una risposta “dal basso”. Ed è esattamente di questo che dovremmo parlare quando nominiamo il calcio popolare.

Il calcio è popolare per sua definizione. Non può essere altrimenti. Ma con il termine calcio popolare, oggigiorno, si intende un modo diverso di concepire, creare e gestire una società calcistica. Di fatto, questo “movimento” è, almeno in Italia, ancora legato al dilettantismo dal quale nasce, ma negli ultimi tempi le prime società nate da questo fenomeno stanno incominciando a fare dei grandi passi in avanti in termini di risultati e seguito. Ma andiamo per ordine: cosa rende popolare una società di calcio?

Recentemente, dopo i problemi societari evidenziati nel post pandemia e la fine di un ciclo ancora da cominciare (ve ne abbiamo parlato qui), alcuni tifosi benestanti dell’Inter hanno deciso di avviare dei sondaggi per un eventuale azionariato popolare al controllo societario della Beneamata. Bene, per quanto romantico e apprezzabile, non è questo che viene inteso per calcio popolare. Le società fondate sotto quell’etichetta, per quanto sia sempre limitante parlare di etichette, nascono da una volontà comune di un gruppo di persone. Volontà che rimane l’unica vera proprietaria del tutto. La gestione societaria è simile a quella di una comune, così come la gestione della comunicazione, oggi sempre più centrale.

Gestire una squadra popolare significa anche rimanere legati al territorio. Organizzare feste e sagre fa parte della vita societaria. I giocatori e i tifosi rimangono legati da esperienze comuni al di fuori del rettangolo di gioco. Sugli spalti, invece, il tifo non ha paura delle curve più organizzate. Purtroppo, spesso è accaduto che qualche male intenzionato provasse a pagare questi tifosi per andare a supportare la propria squadra, ricevendo però solo insulti.

In Inghilterra, l’esempio più eclatante è lo United FC. Terza squadra di Manchester, l’FC è stato fondato da tifosi scontenti della gestione societaria dei Glazers, proprietari del Manchester United. Dalla fondazione negli anni 2000, questi tifosi sono riusciti a portare la squadra in settima serie e a costruire uno stadio di proprietà. Il tutto in autogestione.

In Italia, invece, negli ultimi tempi si fa un gran parlare del Centro Storico Lebowski. Da Firenze, con campagne di autofinanziamento, la squadra è riuscita ad arrivare fino al campionato di Promozione Toscana. Ma, soprattutto, nell’estate del 2021, è riuscita a portare in grigionero niente di meno che Borja Valero. La notizia ha da subito scatenato il tam-tam mediatico ridondante tipico dell’era social. Pagine e testate riprendevano la notizia giocando e scherzando sul romanticismo legato alla decisione del Professore ex Inter e Fiorentina, senza comprenderne le motivazioni. Senza scavare a fondo.

Il calcio popolare, dicevamo, è una risposta dal basso al calcio moderno. Un calcio che si sta staccando dai tifosi e dai territori. Ma anche dalla società in cui è radicato. Un calcio che non permette un’espressione di pensiero che non sia legato al campo. Un calcio distante dalla realtà, un’isola felice immaginaria. E a qualcuno piace così. Evidentemente non a Borja Valero. Il calcio popolare è una presa di posizione, anche politica. Calcio popolare significa andare controcorrente. Sagre, feste di paese e autofinanziamenti, ma anche manifestazioni, attivismo politico e attualità. Nelle tribune delle partite non ci sarà spazio solo per cori semplici e già usati. Anzi, la tribuna diventerà uno spazio di confronto aperto, un luogo dove entrare a contatto con varie realtà del giorno d’oggi, mentre ci si gode dello spettacolo del calcio giocato, quello vero. Quello della passione.

Per parlare di calcio popolare probabilmente non basterebbe un libro. Per questo è veramente sbagliato affrontare con semplcità e sintesi l’episodio di Borja Valero al Lebowski. Si è raccontato di una lettera scritta dai ragazzi e ragazze che compongono la società, diretta al Professore che già aveva conosciuto la realtà dei dintorni di Firenze. Una narrativa che vuole limitare la scelta dell’iberico a un qualcosa di piccolo. Una decisione impulsiva per giocare tranquillo le ultime partite della carriera. Ma non può e non deve essere così. Borja Valero è una risposta dal basso che arriva dall’alto. La riprova della necessità di curare il calcio e renderlo di nuovo di tutti. Ma per davvero.