Andrea Belotti, capitano del Torino e punta della nazionale italiana. Una carriera fatta di gavetta e sacrifici, fino all’esplosione di 3 stagioni fa, poi un calo, forse fisiologico, che lo aveva etichettato come “one season wonder”. Ma il Gallo sta tornando ed ha la cresta più alta che mai.

Quando giochi con la maglia del Torino addosso non puoi aspettarti una vita facile, fatta di soli successi. Non puoi credere che quando tutto va bene, non possa esserci niente a rovinare la festa. Se indossi la maglia del Torino devi essere pronto alla guerra in ogni momento, devi essere cosciente che la sofferenza fa parte della storia che quello stemma rappresenta e che la sofferenza stessa ha contribuito a renderla così leggendaria. Se sei il capitano del Torino, il giocatore che muove la folla granata, non devi arrenderti mai.

Non esiste giocatore che più rappresenti questo spirito, lo spirito granata, pù del “Gallo” Belotti. Nato a Calcinate, provincia di Brescia, e cresciuto col pallone in testa. Prima della cresta. Una carriera fatta di gavetta per lui che, classe 1993, è passato dall’Albinoleffe in Lega Pro, dal Palermo in Serie B, prima di arrivare nella massima serie, proprio con i rosanero, all’età di 21 anni. Gol e tante, tante sportellate con i difensori avversari lo hanno trascinato fino alla gloria della Serie A.

Belotti è l’esempio perfetto di giocatore granata: non si ferma mai, quando la palla non arriva, lui va a fare il lavoro sporco per i compagni; su ogni seconda palla c’è lui, con foga, a volte troppa e lo si vede dal dato che lo elegge attaccante più falloso della Serie A. Poi le sue esultanze, il modo in cui sorride e urla di gioia quando la palla finisce in rete, prima di portarsi la mano alla testa e tirare su la cresta. Non è un caso se, passeggiando per Piazza San Carlo, nelle vetrine dei negozi ci sia la sua maglia. Non è un caso se all’Olimpico Grande Torino, ad ogni partita, tutti aspettino il suo gol, se ogni volta che prende palla lo stadio si infiamma, anche durante le sconfitte.

Non sono stati i 26 gol, che gli valsero la vetta della classifica capocannonieri del 2016-2017, a catturare il cuore dei torinesi. No, il cuore lo ha rubato lui, con la sua genuinità, con la sua voglia di lottare, con la sua fame. Con il suo volere essere Toro, non solo Gallo. Anzi, quei 26 gol hanno rischiato di metterlo in cattiva luce negli anni seguenti. Sì, perchè se nel 2016 Andrea si è conquistato la nazionale a suon di gol, l’anno dopo i gol non arrivavano più. Dopo un’estate passata a parlare di “clausola da 100 milioni”, tutti parlavano di una bolla. Un giocatore mediocre che aveva avuto la stagione della vita, irripetibile. E quando quella maledetta sera di Novembre, a San Siro, l’Italia perdeva il treno per i mondiali di Russia, lui era lì seduto a piangere, con la maglia zuppa di sudore e il cuore infranto. Mentre la gente gli voltava le spalle.

Andrea Belotti abraccia un membro dello staff tecnico della Nazionale al termine della partita (Marco Luzzani/Getty Images)

Tutti, tranne i tifosi del Toro. Loro sanno cosa vuol dire soffrire. Per loro Belotti era qualcosa di più di un semplice attaccante, più di un semplice bomber, più di qualche gol in rovesciata che aveva tolto il fiato a mezza Italia. Belotti era, ed è, un simbolo. Il simbolo. Quello della fede granata, del fvcg (forza vecchio cuore granata), del dolore di un popolo che ne ha dovute passare nel corso della storia, ma che non ha mai smesso di amare quello stemma e quei colori.

Oggi, dopo un paio di stagioni a luci ed ombre, il gallo sta alzando la cresta. Da Marzo 2019 solo 3 giocatori hanno segnato più di lui nei campionati d’Europa. In questa stagione ha segnato 11 gol, 5 in campionato e 6 nelle qualificazioni di Europa League, e sta guidando l’assalto alla zona Europa del Toro di Mazzarri. Da solo, mentre gli altri faticano a trovare la condizione, tra chi ancora è in vacanza e chi piangeva per andare via. Il Torino non può più fare a meno di lui, l’ultimo capitano del nostro calcio, il simbolo della Mole.

Andrea Belotti si sta riprendendo ciò che è suo, a suon di gol e tante, tante sportellate. E l’Italia, con gli Europei alle porte, non può che portarsi la mano alla testa e alzare la cresta. Ridendo, come il gallo Belotti dopo un gol.