Negli ultimi tempi se ne è parlato molto. Non solo negli ambienti legati al mondo del calcio, ma anche nei salotti della politica italiana, tra chi provava a gettare acqua sul fuoco e chi benzina. Oggi, però, non possiamo più nasconderci: abbiamo un problema. Il razzismo.

Sì, sarete stanchi di leggere sproloqui sul razzismo negli stadi, sul razzismo nella politica, sul razzismo nella società del nostro paese. Ormai la gente parla e ragiona con la pancia, il modo di pensare delle masse sta cambiando. C’è rabbia, delusione, tristezza. Tutti ingredienti che non possono creare arcobaleni di pace. Ma il problema rimane e va estirpato.

Dagli eventi del 26 Dicembre 2018, da quando Koulibaly è stato sommerso da quei beceri cori, qualcuno sta provando a denunciare sempre di più questi episodi, sperando di poter avere la stessa cassa di risonanza mediatica avuta dal difensore del Napoli. Matuidi e Kean a Cagliari, Dalbert a Parma, Lukaku a Cagliari e, per ultimo, Balotelli a Verona. Tutti questi giocatori sono stati vittime di episodi razzisti, documentati da centinaia di video.

La polemica esultanza di Lukaku a Cagliari

Dopo che Balotelli ha tirato la palla in direzione della curva veronese artefice degli ululati razzisti, il presidente del Verona ha provato a nascondere la realtà, accompagnato dal sindaco della città stessa.

Oggi una giocatrice della Juventus, in un silenzio colpevole, ha deciso di abbandonare il nostro paese. Il motivo? Il solito. Il solito vecchio problema.

Mi sono stancata di entrare nei negozi e avere la sensazione che il titolare si aspetti che rubi qualcosa“. Questo è un estratto della lettera che Eniola Aluko ha scritto al Guardian, per annunciare che la partita contro la Fiorentina sarebbe stata l’ultima per lei con la casacca bianconera.

Eniola Aluko festeggia la vittoria in Suoercoppa

Eniola è arrivata a Torino nel 2018, dal Chelsea. Nata nel 1987, l’attaccante nigeriana, naturalizzata britannica, al suo primo anno a Torino è stata capace di vincere uno scudetto e di condirlo con 14 reti. Nonostante ciò ha deciso comunque di andarsene. Una scelta forte, una presa di posizione da rispettare. Una scelta difficile.

Probabilmente Eniola era consapevole che questa sua decisione l’avrebbe esposta ancora di più alla gogna pubblica. Alle parole di condanna da parte di tifosi, politici e qualsiasi persona abbia la facoltà di parlare, ma non quella di pensare.

Esagerata, anche io vengo controllato all’aeroporto. Non ha subito nessun tipo di razzismo“. Questo è uno dei commenti sui social. Perché ormai tutti pensano di poter sapere ciò che accade nella vita di una persona. Perché la parola razzismo sta diventando un taboo per gli italiani. Appena viene denunciato un episodio razzista, la colpa è di chi l’ha subito perché non riesce a cogliere la sottile ironia italiana. Perché noi siamo ironici, non razzisti.

Capito Mario? Capito Eniola? Siamo ironici. Certo. Ironici.

Il calcio italiano prolifera di razzisti, ma la soluzione non sta nel calcio stesso. Non sta nella chiusura delle curve. Non possiamo aspettarci che le curve siano meglio della politica, delle istituzioni. Non possiamo pretendere che le curve si esulino dalla realtà sociale italiana. Perché il razzismo è una realtà sociale, in Italia. È radicato ben profondo, dalle Alpi alla Sila. Esiste, ci conviaviamo, lo alimentiamo, lo sopportiamo. Sbagliamo, tutti. E ce ne accorgiamo solo quando una persona, come Eniola, se ne va, stanca di questo paese e la sua rabbia, il suo marciume.

Ci vorrà tempo per trovare una soluzione, per educare le persone a condannare chi odia il diverso, per far sì che Eniola possa tornare a Torino ed essere accolta da applausi e uno striscione grande quanto il nostro paese con scritto: “Scusaci”. Ma non basterebbe lo stesso.