Caro Javier,

Sei arrivato in punta di piedi. Era il 1995, il presidente Moratti aveva appena acquistato l’Inter. Tu e l’avioncito Rambert siete stati i suoi primi acquisti. Proprio Rambert doveva essere il vero fenomeno tra i due, la scommessa dell’estate nerazzurra. Tu eri solo un 23enne argentino, da Buenos Aires, che il Banfield aveva proposto ai dirigenti milanesi. Saresti dovuto andare in prestito altrove: i posti per gli extracomunitari erano limitati e tu ancora non avevi il passaporto italiano. Non rientravi nei piani. Eppure ti sei presentato alla Pinetina, determinato più che mai a prenderti l’Inter. È bastato poco, un paio di allenamenti e ad inizio stagione subito titolare. Le persone incominciavano a capire. Da “Chi è questo Zanetti?” a “Mica male questo Zanetti”.

Le prime stagioni, le prime discese sulla fascia, le prime ovazioni. Ma zero trofei, zero soddisfazioni. Poco importava, eri lì. Ti stavi innamorando. La gente si stava innamorando. I primi gol conditi dai baci ai colori, la folla che impazziva ad ogni tuo tocco di palla.

Nel ’97 arrivava il Fenomeno, Ronaldo. I tifosi speravano fosse l’inizio di un’epopea vincente. A Parigi nel ’98 il primo trofeo: una Coppa Uefa vinta contro la Lazio. Quel tuo gol nella finale, quello del 2-0, fu la ciliegina sulla torta.

Lo Zio Bergomi si ritirava nel ’99. Marcello Lippi, appena arrivato sulla panchina dell’Inter, non lo riteneva più in grado di giocare. È il tuo momento, la storia si sta compiendo: diventi capitano dell’Inter.

Da quel momento arrivano solo delusioni, lacrime, arrabbiature. Tu eri lì il 5 Maggio a Roma, nel giorno più triste della storia nerazzurra. Ma non hai pianto, hai consolato Ronaldo, hai visto un intero popolo piangere. Hai sofferto con loro, col petto in fuori. Hai resistito alle sirene del Real Madrid, non ti importava dei trofei. Amavi quei colori, amavi il boato di San Siro quando partivi con le tue cavalcate, amavi quando la gente ti chiamava CAPITANO. Eri il simbolo, la bandiera, la speranza di un popolo intero.

Poi hai pianto, si hai pianto. Il giorno più bello della vita di milioni di tifosi. Si perché dopo anni di sofferenze, di sconfitte e di sfottò, tu eri lì con la fascia al braccio, al Santiago Bernabeu il 22 Maggio 2010 a 37 anni diventavi Campione d’Europa. Un sogno coltivato e condiviso con i tuoi tifosi, che da troppo, troppo tempo aspettavano quel momento. E dopo averla alzata al cielo, quella coppa, hai pianto.

Poi io ho pianto, qualche anno più tardi. Sempre di Maggio, il 10 questa volta. Il 10 Maggio 2014 giocavi la tua ultima partita con la maglia dell’Inter. 70.000 persone erano arrivate al Meazza per salutarti, milioni da casa stavano facendo altrettanto. Quando sei entrato, non ce l’ho più fatta a trattenere le lacrime. Quel sabato sera si chiudeva una parte della mia vita. Finita la partita sono andato in camera mia a fissare il tuo poster. Ho tirato fuori la mia prima maglia da calcio, quella con cui giocavo da piccolo nella mia prima squadra. Il numero 4.

Quella sera ripensavo a tutti i racconti di mio padre: Facchetti e la Grande Inter, Oriali e la vita da mediano, Beppe Baresi, lo zio Bergomi e i suoi baffoni. Ripensavo a tutte le volte che ti guardavo scavare il solco sulla fascia di San Siro, mentre mio babbo mi raccontava. Ripensavo che io ai miei figli non voglio raccontare di nessuno, se non di te. Del tuo onore, della tua serietà, del tuo dribbling, della tua umiltà.

Oggi è il tuo compleanno, sono 46. Oggi sei il vicepresidente dell’Inter. Dietro la scrivania con un fisico e un’atleticità da pallone d’oro: che ingiustizia.

Il tempo passa, tu non giochi più e io non sono più un bambino. A volte però, preso dalla nostalgia, vado a rivedere le tue giocate su YouTube e il tempo sembra tornare indietro. Fermarsi. Per sempre mio ed unico CAPITANO.

Auguri Javier.

Un tifoso.