Viaggio Verdeoro – 3.a Tappa: Curitiba

Curitiba, capitale dello stato Paranà, casa dell’Athletico Paranaense

Eccoci con un nuovo appuntamento del nostro viaggio alla scoperta del campionato più pazzo del mondo!
Questa volta ci spostiamo nello stato Paranà, precisamente nella sua capitale Curitiba, per esaminare una delle squadre più interessanti del Brasileirao: l’Athletico Paranaense.

L’Athletico è uno dei club più all’avanguardia del Paese: l’Arena da Baixada, da 43.000 posti, è l’impianto più moderno dell’America Latina, mentre il Cat do Caju, centro sportivo del “Furaçao”, è considerato uno dei migliori centri di allenamento al mondo.

L’Estádio Joaquim Américo Guimarães, noto come Arena da Baixada, casa dell’Athletico

Alla guida dell’Athletico, che conta nel suo palmares 1 Campionato e 1 Copa Sudamericana, vi è il 38enne Tiago Nunes, amatissimo dai tifosi per il suo stile di gioco ultra offensivo.

Come detto, la rosa del club rossonero è una delle più intriganti del Brasile, essendo un vero mix tra giocatori affermati e giovani talenti destinati a spiccare il volo verso campionati maggiori.

In porta troviamo Santos, portiere molto dinamico in grado di realizzare grandi parate, ma vera e propria testa calda: lo scorso anno, nel bel mezzo della partita con l’Atletico Mineiro, decise di dare una controllata al suo cellulare!

Per quanto riguarda la difesa, dopo aver perso Renan Lodi (di cui abbiamo parlato qui), approdato all’Atletico Madrid, il club Paranaense non si è fatto attendere, tesserando l’ex terzino del Barcellona Adriano, uno dei numerosi terzini di caratura internazionale che i club brasiliani hanno portato dall’Europa in questa sessione di mercato (insieme a Rafinha, Felipe Luis, Dani Alves e Juanfran).
Padrone della fascia destra è invece un idolo dei tifosi interisti e non solo, Il Divino Jonathan: con la maglia rossonera Jonathan ha messo a segno 5 reti e fornito ben 11 assist.
Menzione speciale per Lèo Pereira, difensore centrale classe 1996, e rigorista, su cui molti club europei hanno messo gli occhi.

Super goal di Jonathan contro il Corinthians

Metronomo della squadra è il 21enne Bruno Guimaraes, vera stella della squadra. Il regista del 1997 è stato seguito questa estate da Roma, Napoli, Juventus e Chelsea: siamo pronti a scommettere che la prossima stagione giocherà in Europa. Il giocatore, che ha una clausola rescissoria da 35 Milioni, è un centrocampista completo, in grado di occupare ogni zona della metà campo, con il vizio del gol: quest’anno è già a quota 4 reti e 2 assist in 18 presenze.

Davanti il gioiello è il classe 1995 Rony. punta centrale capace di giocare anche come ala su entrambe le fasce. Alto solamente 167 cm è molto veloce ed ama attaccare gli spazi, diventando incontenibile in campo aperto; ma allo stesso tempo abbina ad un gran tiro dalla distanza un’eccellente visione di gioco.

La stella Bruno Guimaraes, pronto al salto verso l’Europa

Nel Brasileirao l’Athletico Paranense occupa l’ottava posizione, nella Copa Libertadores i sogni di gloria sono stati interrotti agli Ottavi di Finale del Boca Juniors, mentre in Copa do Brasil il Furaçao si trova in Semifinale contro il Gremio.

Classifica Brasileirao e Marcatori

Applicazione SofaScore
Applicazione SofaScore

Argentina ’78: le premesse della vergogna

In questo nuovo appuntamento con la rubrica “Le radici politiche nel calcio” andremo ad affrontare, con due articoli, uno dei temi più brutti e cupi della storia del pallone: i mondiali in Argentina del 1978. Nel primo articolo analizzeremo le premesse di quello che fu definito “il mondiale della vergogna”.

La storia politica dell’Argentina è da sempre macchiata da violenza e colpi di stato, il primo nel lontano 1930. Negli anni ’70 la scena sud-americana, con lo zampino di Kissinger e l’operazione condor della CIA, è dominata da giunte militari che detengono il potere e reprimono, col sangue, ogni tentativo di tornare ad una democrazia.

Dopo il golpe di Augusto Pinochet in Cile dell’11 Settembre 1973, nella notte del 24 Marzo 1976, a Buenos Aires, la Junta militare comandata da Jorge Rafael Videla sospende la costituzione e depone la presidente Isabel Martinez Peròn. Alle ore 3.10 di quella stessa notte viene annunciato che il paese è sotto il controllo della Junta.

Il Generale Videla, al comando del Paese dopo il golpe

Uno degli obiettivi primari della Junta, una volta al potere, è quello di eliminare ogni forma di opposizione. La decisione è quella di non seguire le orme di Pinochet: niente campi di concentramento negli stadi, niente bombardamenti e niente immagini raccolte dai giornalisti. Del resto l’estrema violenza dei golpisti cileni aveva attirato le attenzioni di tutto il mondo e una reazione simile nei confronti del nuovo governo argentino potrebbe mettere in crisi la già fragile economia albiceleste.

Inizia così, in gran segreto, la guerra sucia (guerra sporca). Dal 1976 al 1983 vengono deportate, torturate e uccise migliaia di persone. Vengono creati 340 centri di detenzione clandestini (le ESMA Escuela de Mecanica de la Armada), all’interno dei quali venivano torturati i prigionieri politici con metodi disumani: scariche elettriche ai genitali, bruciature (talvolta anche con il lanciafiamme), persone appese a testa in giù per ore etc. .

Migliaia di persone spariscono nel nulla, vittime dei cosiddetti voli della morte. Così come in Cile, infatti, spesso le persone scomode alla Junta venivano catturate e portate su degli aerei per essere poi lanciate nel mezzo dell’oceano. Ad oggi i desaparecidos sono quasi 2000 e le madri di questi ancora si ritrovano in Plaza de Mayo, con un fazzoletto bianco legato alla testa come simbolo, demandando giustizia e verità per i figli mai tornati a casa.

Mentre l’Argentina è scossa da questa politica del terrore, nascosta al resto del mondo, mancano due anni ai mondiali del ’78, ospitati proprio dagli argentini. Il generale Videla, non appassionato di calcio, non è molto intenzionato a stanziare ingenti somme di denaro per l’organizzazione. L’ammiraglio Emilio Massera riesce però a convincere Videla nello sfruttare questa occasione: quale palcoscenico migliore dei mondiali di calcio, seguiti da miliardi di persone, per mostrare l’efficienza del governo militare.

Il 12 Luglio 1976 viene creato l’Eam (Ente Autarquico Mundial ’78) con lo scopo di occuparsi, appunto, dell’organizzazione della competizione. Alla fine i soldi stanziati dal governo saranno il quadruplo di quelli spesi per l’edizione successiva in Spagna nell’82: dai 100 milioni di dollari iniziali, si raggiunse la cifra record di 520 milioni. I lavori di modernizzazione degli impianti e i lavori di pubblicitari, provenieneti da New York, dovevano mostrare al mondo un paese ordinato e pulito, pronto a ospitare e vincere il torneo più prestigioso del mondo perchè forte del governo militare.

Una cartolina del Monumental (stadio del River Plate) per i mondiali del ’78

Nel frattempo, nel resto del mondo arrivano le notizie dei terribili crimini contro l’umanità commessi dalla Junta in Argentina. Si formano alcune organizzazioni in favore delle vittime: in Francia un gruppo di esuli Argentini forma il Comité pour le Boycotte del’Organisation par l’Argentine de la Coupe du Monde (COBA) che chiede alla nazionale francese di boicottare il torneo; in Olanda la Skan, movimento in favore degli esiliati argentini, promuove il boicottaggio. In Svezia, dopo la scomparsa a Buenos Aires del diciassettene svedese Dagmar Hagelin, inizia una campagna contro il regime di Videla.

In Italia le notizie sui crimini della Junta vengono nascoste con la complicità di Licio Gelli, amico del regime, ma nonostante ciò Amnesty International manda diversi appelli al capo di governo, Giulio Andreotti, e al Papa (oltre che ai giocatori della nazionale) affinchè l’Italia non prenda parte alla kermesse organizzata dal regime.

Nonostante i commissari della FIFA, come in Cile nel 1973 (vedi Estadio Nacional: la partita fantasma), chiudano gli occhi sulle vergogne del governo Videla e diano il via alla competizione, non tutti scelgono di fare lo stesso: Gianni Minà, giornalista inviato in Argentina per seguire i mondiali degli azzurri, viene espulso dal Paese per aver posto delle domande sui desaparecidos e le mamma di Plaza de Mayo e aver cercato poi di raccogliere informazioni.

Così tra il silenzio assordante della FIFA e la complicità di alcune nazioni, tra le quali gli USA, il mondiale del 1978 iniziò. Divenne un velo di ordine e organizzazione, legalità e felicità in un paese martoriato e sporco di sangue innocente.

Così a poche centinaia di metri dallo Stadio dove l’Argentina si laureò campione del mondo per la prima volta nella sua storia, in Avenida del Liberator 8151, all’intero dell’ESMA, gli aguzzini festeggiano prima di tornare a torturare le vittime di uno dei più sanguinosi e crudeli regimi della storia.

Nella seconda parte di questa storia racconteremo della marmelada peruana e delle ingerenze di Videla sulla competizione. Stay Tuned.

“Stadio” in tutte le lingue d’Europa: Premier League.

Quanto costa andare allo stadio? Quanto può un impianto all’avanguardia influire sul prezzo del biglietto per una partita di calcio? Nella presente rubrica cercheremo di studiare il rapporto che intercorre tra stadio e biglietto, attraverso un’analisi che prevede tre appuntamenti. Nel primo di questi concentreremo l’attenzione sulla realtà della Premier League, e dunque sul modello inglese, che negli ultimi trent’anni ha reinventato il concetto di stadio, sia dal punto di vista ideologico che architettonico.

Highbury ed Emirates, passato e presente dell’Arsenal.

Premier League: 45.7 €
Liga: 39.6 €
Bundesliga: 35.5 €
Svizzera: 34.2 €
Ligue 1: 26.9 €
Serie A: 24 €

La tabella riporta i dati registrati dalla nona relazione comparativa delle licenze per club, illustrando il ricavo medio per tifoso nel match day. Vengono presi in considerazione i tagliandi venduti per la singola partita, abbonamenti e biglietti premio in relazione agli spettatori presenti allo stadio. Il campionato dove sono registrati i ricavi maggiori è la Premier League, competizione che garantisce palcoscenici  suggestivi ed infrastrutture rinnovate costantemente. Tra le prime cinque squadre europee che, mediamente, vendono i biglietti più costosi tre sono inglesi (Arsenal, Chelsea e Liverpool). Non a caso, l’Arsenal ha inaugurato l’Emirates nel 2006, mentre il Liverpool ha terminato nel 2016 il progetto di ampliamento della tribuna Main Stand e della curva Anfield Road, con il quale sono stati aggiunti circa 15mila posti agli originari 45mila. Nonostante i ticket non siano proprio economici, gli stadi inglesi appaiono sempre ben riempiti, o addirittura sold out, a differenza delle sgradevoli macchie di seggiolini che caratterizzano le tribune di molte arene di altri paesi. La ragione di questa affluenza è, a nostro avviso, conseguenza del fatto che la modernità degli impianti paga bene. Uno stadio al passo con i tempi è una inopinabile fonte di attrazione per i tifosi, in grado di offrire servizi funzionali alla comodità, aree visitabili allestite a mo’ di musei, sistemi di trasporto rapidi e organizzati, nonché una vicinanza al terreno di gioco che consente una visione davvero gradevole del match. Gli stadi stanno modificando le proprie tradizionali funzioni per divenire centri multifunzionali. Simili caratteri sono tratto comune dei club di calcio inglesi, per lo più proprietari dei rispettivi campi da gioco.  La proprietà esclusiva da parte delle società consente investimenti massicci, non altrimenti possibili nel caso di affitto delle strutture.

Anfield, Liverpool.

Venendo all’attualità, il Tottenham ha inaugurato nel mese di marzo il nuovo stadio, un impianto costruito sulle macerie del precedente White Hart Lane, fu demolito nel 2017 per riqualificare il quartiere. Il Tottenham Hotspur Stadium è stato concepito come centro polifunzionale, idoneo ad ospitare partite di calcio, di football americano ed incontri di boxe, nonché dotato di un manto erboso mobile a seconda delle esigenze. Questo stadio risulta uno dei più capienti d’Inghilterra, secondo solo all’Old Trafford di Manchester tra quelli di Premier, senza che ciò giovi al pubblico, data la distanza di appena 8 metri del campo dalle tribune. Superfluo dire che la birreria interna allo stadio ed i due enormi maxischermi, oltre ai 471 bagni, concorrono ad accrescere il livello dei servizi della nuova casa degli Spurs. Alla luce dell’investimento di oltre un miliardo di euro da parte della società, ecco spiegato il prezzo tutt’altro economico dei biglietti per i match e degli abbonamenti stagionali: questi ultimi possono arrivare a costare fino a 19mila sterline.

Tottenham Hotspur Stadium, semifinale di Champions League contro l’Ajax.

Ancora, l’Everton ha da poco presentato il progetto e rivelato le prime immagini del nuovo stadio. La prossima casa dei Toffees costerà 500 mila sterline e verrà inaugurata nella stagione 2023-2024, andando a sostituire l’ultra centenario Goodison Park, dove l’Everton ha conquistato otto campionato inglesi e cinque FA Cup. L’impianto sorgerà nell’area di Bramley-Moore Dock, un molo del porto di Liverpool poco distante proprio da Goodison Park, e dunque verrà costruito praticamente sul mare. Si prevede, oltre che una struttura più capiente (oltre 50mila posti) e più moderna, la realizzazione di una curva ad anello unico, the Blue Wall, sulle orme del muro giallo del Borussia Dortmund.

L’amministratore delegato del club, Denise Barrett-Baxendale, ha descritto lo sviluppo proposto come un punto di svolta per il club e la città. “Questa è una pietra miliare incredibilmente importante per entrambi. È prima di tutto uno stadio per il calcio, per i nostri fan appassionati e per i nostri giocatori, uno stadio che offre all’Everton una piattaforma per la crescita sia commerciale che sociale. Ma è anche uno stadio per l’intera città e uno sviluppo che porterà benefici in termini di rigenerazione per l’intera regione”. Ancora una volta l’accento è posto sulla potenzialità commerciale propria di strutture innovative, le quali consentono di incrementare la voce dei ricavi in bilancio, altrimenti limitata ai soli proventi della vendita dei biglietti. 

Immagine del progetto relativo al futuro stadio dell’Everton.

Questa realtà è figlia di vera e propria rivoluzione che, grazie anche ad un massiccio investimento economico, ha cambiato i costumi e le abitudini comportamentali dei tifosi inglesi. La svolta avviene grazie politica di sicurezza negli stadi avviata dal 1989 dal primo ministro inglese, Margaret Thatcher, che strumentalizzò la tragedia di Hillsborough nel 1989 e quella dell’Heysel. Venne intrapresa una campagna contro gli hooligans attraverso l’adozione di provvedimenti repressivi nei confronti degli episodi di violenza negli stadi e la promozione di un programma generale di ristrutturazione degli impianti, trasformando questi ultimi in luoghi di attrazione più per consumatori che per tifosi. Da quel momento ad oggi  il numero medio di spettatori a partita per lustro in Inghilterra è quasi completamente raddoppiato, con un’impennata nei primi dieci anni difficile da ignorare.

Immagine della tragedia di Heysel, Belgio 29 maggio 1985. Persero la vita 39 persone.

Le origini del nome: calcio o football?

In Germania è “fussball”, in Spagna è “futbòl”, in Francia è rimasto “football”, ma in Italia è “calcio”. Scopriamo i motivi che hanno portato alla scelta di questo nome nel nuovo appuntamento con la rubrica “Le radici politiche nel calcio”.

Il calcio è arrivato in Italia in città portuali come Genova, Livorno o Napoli. Nelle banchine dei porti, i marinai inglesi si dilettavano nel giocare alcune partitelle di quello che, all’epoca, era ancora uno sport sconosciuto agli italiani. Le origini del calcio nostrano sono, quindi, legate a doppio filo con l’Inghilterra.

Edoardo Bosio, nato a Torino nel 1864, fu un dipendente dell’azienda tessile Thomas Adams di Nottingham. Ciò gli permise di viaggiare spesso in Gran Bretagna e di entrare in contatto con il football (già sport professionale in Inghilterra). Nel 1891, di ritorno da uno di questi viaggi, fondò a Torino la prima squadra di calcio in Italia: International Football Club. La squadra di Bosio giocava, tuttavia, partitelle di dopolavoro senza regole o avversari validi. Si dovette attendere il 1893 per la prima società, quando alcuni consoli inglesi fondarono a Genova: il Genoa Football&Cricket Club.

Alcuni canottieri. Il primo in piedi, partendo da destra, è Edoardo Bosio.

Piano piano, il football divenne sempre più popolare in Italia e incominciò a passare dalle ultime pagine dei giornali sportivi, alle prime. Nel 1898, al termine della sfida tra il Genoa e il Football Club Torinese del 6 Gennaio, nacque la Federazione Italiana del Football. Da sottolineare come, all’epoca, il termine usato dai giornali e dagli organi ufficiali fosse, appunto, l’originale football.

Nella neonata Italia, però, all’inizio del XX secolo iniziarono a nascere i primi movimenti nazionalistici e a diventare sempre più rilevanti nella scena politica del Bel Paese. Si arrivò, dunque, al 1909 quando il potere politico obbligò la federazione a cambiare nome. I politici tentarono di legare questo sport, nato in Inghilterra, con il calcio fiorentino: da qui la scelta del nome Federazione Italiana Giuoco Calcio (F.I.G.C.).

Il logo attuale della FIGC

Con l’avvento del fascismo, un decennio più tardi, la nazionalizzazione del calcio venne portata all’estremo. Il calcio fiorentino, che dai politici italiani venne riconosciuto come precursore del calcio moderno, riprese ad essere praticato nel capoluogo toscano, spostato dalla proletaria Piazza Santa Croce alla borghese Piazza della Signoria.

Il calcio fiorentino è uno sport storico di cui si hanno testimonianze già prima del 1300. L’unico problema è che questo sport ha pochi punti in comune con il calcio che conosciamo noi oggi: ci sono due squadre (ognuna con i giocatori schierati in una sorta di 9-9-9) e sei giudici posizionati su un palchetto a lato del campo; le regole sono molto elastiche, tanto che molte volte le partite sfociano in vere e proprie risse; la palla può essere spostata con le mani o con i piedi, ma non può essere lanciata se non dai 3 portieri. L’estrema violenza di questo sport portò le Chiese a vietarlo e, nel 2005 a Firenze, il torneo annuale fu sospeso dopo che una squadra fu costretta a lasciare il campo per i troppi infortuni.

Spesso durante le partite del calcio fiorentino, i giocatori si disinteressano della palla per continuare a picchiarsi.

Persino Gianni Brera, uno se non il più importante storico del pallone in Italia e teorico del catenaccio e contropiede, provò a legare le origini del football allo storico sport toscano seguendo le fila dettate dalla politica italiana.

Per anni il nazionalismo ha influito sulle regole del campionato, tanto che nel 1908 la federazione decise che tutte le squadre con in rosa calciatori stranieri sarebbero state escluse dal campionato. Le proteste arrivarono subito: il Milan boicottò la competizione e alcuni suoi dirigenti fondarono un club aperto a tutte le nazionalità: l’Internazionale Milano, l’Inter. Le polemiche per gli stranieri nelle squadre si sono prottratte dalle origini del calcio fino ai giorni nostri, da ricondurre probabilmente alla massiccia presenza di calciatori inglesi nei primi campionati giocati nello Stivale.

Il tentativo della politica italiana di far nascere le radici del football in Italia non venne accettata da tutti: alcuni giornalisti si rifiutarono di utilizzare il termine calcio perchè ritenevano offendesse sia il football, sia gli storici sport toscani.

Per quanto, oramai, il termine calcio sia diventato universale, è innegabile che se si vogliono ricercare le radici di questo sport, in Italia, si deve guardare all’Inghilterra e a persone come Bosio che, grazie ai continui rapporti con gli inglesi, portarono le attrezzature e le conoscenze in grado di far diventare il football un’identità nazionale. Al di là di nazionalismi e revisionismi storici, il calcio ha sempre unito l’Italia, paese diviso all’interno da tante culture.

Il fascismo e altri movimenti politici hanno tentato di usare la forte scossa emotiva che il calcio portava tra la folla per alimentare un sentimento nazionalista, arrivando perfino a cambiare nome allo sport. Ma il calcio, come tutti gli sport, ha origini internazionali ed è destinato ad unire tutte le culture. Ed è proprio il sentimento di unione culturale che ha permesso a questo sport di rubare il cuore di miliardi di appassionati.

Fanta Football – Rafael Leao

La campagna acquisti del Milan si sta distinguendo per l’acquisto principalmente di giovani molto promettenti; uno di questi è l’attaccante portoghese proveniente dal Lille: Rafael Leão. Il centravanti classe 99’ ex di Sporting Lisbona potrebbe essere un buon acquisto per le vostre squadre del fantacalcio, proviamo ad analizzare perché:

Titolare e assenza di coppe: come risaputo il Milan è stato escluso dall’Europa League, quindi in campionato mister Giampaolo dovrebbe effettuare poco turnover. Un altro fattore importante da considerare è il fatto che Giampaolo gioca con due punte, una di queste sarà sicuramente il pistolero Piatek e l’altro posto dovrebbe essere occupato proprio da Leão, anche perché al momento nella rosa del Milan non c’è un’altra prima punta.

Talento cristallino e fisico impetuoso: il giovane centravanti non è ancora una macchina da gol, da considerare però che ha solo 20 anni. Il ragazzo ha messo in mostra un talento cristallino: ha un buon controllo palla, si esalta nei dribbling in velocità ed è abile a saltare l’uomo, infatti potrebbe giocare senza problemi come ala a piede invertito. Ha un fisico molto importante che ricorda vagamente Adriano nei primi anni nerazzurri: è infatti alto 1.88 cm per un peso di 81 kg.

L’anno dell’exploit: Leão ha disputato solo due stagioni nel calcio dei grandi, nella prima stagione ha giocato tre partite con la maglia dello Sporting Lisbona segnando un goal, mentre il secondo anno, nel quale ha giocato per il Lille, è entrato in campo 24 volte mettendo a segno 8 reti. Viste queste statistiche sono in molti, in primis dirigenza e allenatore rossoneri, a pensare che questo possa essere l’anno del “boom” per il giovane portoghese, considerando il fatto che per la prima volta dovrebbe giocare titolare per tutto il campionato, ma reggerà la pressione?

L’attenzione alle palle ferme: Mister Giampaolo è un allenatore molto attento ai dettagli, in particolar modo agli schemi su palla ferma. Data la stazza fisica del giovane portoghese e la sua notevole elevazione Leão potrebbe risultare molto pericoloso in queste situazioni.

-La convivenza con Piatek: Rafael Leão si troverà a giocare al fianco di Piatek: una vera prima punta che difficilmente dialoga con i compagni. Secondo la nostra redazione il rapporto tra Leão e Piatek potrebbe ricordare quello tra lo stesso Piatek e Kouamè nella prima metà di campionato l’anno scorso a Genoa. Per questo ci aspettiamo dal giovane portoghese almeno 3 assist. Ma, data la sua capacità nell’attaccare la porta e gli spazi lasciati liberi dai movimenti dell’attaccante polacco, ci aspettiamo molti goal in più di Kouamè, almeno 10.

Le prime difficoltà: il giovane centroavanti rossonero nonostante le sue qualità potrebbe incontrare delle difficoltà: in primis nell’impatto con la Serie A e le sue difese molto tattiche, poi dovrà adattarsi al calcio di Giampaolo e infine riuscire a reggere la pressione di un club così importante e del suo primo anno da titolare . Nonostante questo noi restiamo fiduciosi su di lui.

In vista dell’asta: prenderlo o non prenderlo? Questo è il dilemma. La nostra risposta è prenderlo, ma con le giuste precauzioni. Sarà titolare nel Milan è vero ma non sarà ancora un bomber di razza deve crescere e maturare. È impossibile predire il futuro ma secondo la nostra redazione potrebbe arrivare a segnare tra gli 8 e gli 11 goal accompagnati da qualche assist. Il nostro consiglio è di prenderlo come secondo o terzo slot, tutto dipende da chi sarà il vostro top; la spesa dovrebbe essere come quella di un titolare di una squadra di media classifica: 35-45 crediti, con una base d’asta di 500. Un consiglio particolare questa volta è per i nostri lettori che giocano con le riconferme: prenderlo senza pensarci due volte.

Viaggio Verdeoro – 2.a Tappa: Florianopolis e Chapeco

Da Porto Alegre percorriamo ben 460km e ci spostiamo a Florianopolis, capitale dello Stato Santa Catarina. Da questo paradiso sulla costa, dove troviamo l’Avaì Futebol Clube, ci sposteremo poi verso Chapeco, sede della Chapecoense, squadra ai più nota per la tragedia aerea che la colpì nel 2016.

Avaì

Il club di Florianopolis dai colori bianco e blu, è una piccola realtà nel calcio brasiliano, non essendo mai riuscito a vincere nulla a livello nazionale e qualificandosi solamente una volta nella storia per la Copa Sudamericana (equivalente della nostra Europa League).
Alla guida della squadra vi è Alberto Valentim, ex centrocampista che vestì le maglie di Siena ed Udinese.

Dall’album “Figurine Panini” anno 2004/2005

Trovare giocatori interessanti nella rosa di questo piccolo club è un’impresa davvero ardua: l’Avaì dopo 13 partite è ultimo in classifica, non ha ancora vinto neanche un incontro ed ha segnato solamente 5 gol.

Il calciatore con maggiore talento della squadra è il trequartista Joao Paulo, che a 29 anni ha ottenuto finalmente la chiamata di un club di Serie A.
Una menzione speciale merita anche Daniel Amorim, che dopo aver segnato 9 gol nel Campionato Catarinense e 4 in Copa do Brasil, è riuscito nell’impresa di farsi lasciare quasi in tutti gli incontri in panchina.

Lo stadio del club, l’Estadio da Ressacada, è un piccolo impianto da 17.800 posti.

Restare in Serie A quest’anno per l’Avaì sembra una missione ai limiti dell’impossibile.

Chapecoense

Spostandoci invece verso Chapeco, comune da circa 180mila abitanti, troviamo la Chapecoense, squadra che nel 2016 ha dovuto completamente rifondarsi in seguito alla tragedia aerea che ha tolto la vita a quasi tutta la rosa. La squadra era in volo verso Medellin per giocare la finale della Copa Sudamericana, che le venne poi assegnata ad honorem: è l’unico trofeo della Chape oltre ai Campionati Catarinensi.

L’allenatore è adesso Ney Franco, ex allenatore del Brasile U20, con il quale ha vinto un Campionato Sudamericano ed un Mondiale di categoria.

La stella della squadra è Everaldo, punta centrale in prestito dal Queretaro FC (Messico), che ha messo a segno 6 degli 11 gol segnati dal club catarino.

A centrocampo spicca Marcio Araujo, grandissimo ruba palloni (31 in 12 partite, 3° in campionato), che in passato difendeva i colori di club prestigiosi come Flamengo e Palmeiras.
Due giocatori interessanti sono il giovane Tiepo, classe 1998, che aveva iniziato la stagione come terzo portiere per poi ribaltare le gerarchie, e Bruno Pacheco terzino sinistro che abbina ad una grande fase difensiva (23 palloni recuperati in 11 presenze) ottime capacità offensive, che gli hanno permesso di fornire già 2 assist.

L’impianto sportivo di Chapeco è l’Arena Condà, in grado di ospitare 22.000 spettatori.

Classifica Brasileirao e Marcatori.

La Classifica all’inizio della tredicesima giornata, dal sito SofaScore
L’ex Inter Gabigol comanda la classifica marcatori.

Appuntamento alla prossima settimana, dove ci sposteremo a Curitiba per seguire da vicino l’Athletico Paranaense, squadra con molti talenti interessanti.

Germania ’74: Mwepu e la punizione al contrario

Continua la rubrica “Le radici politiche nel pallone”. Questa volta andremo a scoprire la storia, fatta di minacce e paura, dello Zaire ai mondiali del 1974, in Germania Ovest.

Il territorio dell’attuale Repubblica Democratica del Congo, in Africa, è stato sotto il controllo coloniale del Belgio fino al 1960. In quell’anno il monarca belga Baldovino consegnò il paese alla guida di Lumumba, leader della corrente indipendentista del Congo. Un anno più tardi, Lumumba fu assassinato e nel paese scoppiò un terribile guerra civile che si concluse nel 1965 con il colpo di stato del maresciallo Joseph Desiré Mobutu.

Mobutu instaurò una dittatura violenta nel nome dell’identità africana. Rinominò il paese in “Zaire”. Cambiò il nome della capitale da Leopoldville (chiamata così dai belga in onore di Re Leopoldo) a Kinshasa, modificò il suo nome (nel 1971) in Mobutu “il guerriero che va di vittoria in vittoria senza che alcuno possa fermarlo”. Cambiò anche il soprannome della nazionale di calcio del paese da i leoni a i Leopardi.

Un’immagine del generale Mobutu

Proprio il calcio era la sua grande passione. Per questo Mobutu decise di pagare di tasca sua alcuni dei più grandi calciatori originari dello Zaire, che militavano nel campionato belga, per portarli a giocare nel campionato congolese. L’effetto si vide subito: il livello del campionato si alzò notevolmente e il TP Englebert riuscì a imporsi due volte, consecutivamente, nella CAF Champions League nel ’67 e nel ’68; successo raggiunto anche dal Vita Club, nel ’73. La nazionale, inoltre, riuscì a vincere due volte la Coppa d’Africa nel ’68 e nel ’74.

Nel 1974, ai mondiali di Germania Ovest, tra i 16 posti disponibili per giocare la competizione soltanto uno fu riservato all’Africa. Dopo il Marocco, a Messico ’70, proprio lo Zaire divenne la seconda squadra del continente nero a partecipare alla coppa del mondo dopo aver eliminato Togo, Camerun, Ghana, Zambia e Marocco durante le qualificazioni.

Visto il grande successo e il traguardo raggiunto dei mondiali, Mobutu convocò la squadra e promise a tutti i giocatori, e alle rispettive famiglie, grandi premi in denaro, oltre che a terreni e case, se avessero mantenuto alto l’onore del Paese durante il campionato del mondo. L’obiettivo di Mobutu era quello di sfruttare l’immagine della propria nazionale per dimostrare la forza del paese sotto il suo comando e quindi l’efficacia delle sue politiche.

I giocatori, sotto la guida del CT jugoslavo Blagoje Vidinic, partirono alla volta della Germania credendo che, una volta tornati in patria, sarebbero diventati ricchi. Inserito nel gruppo B, lo Zaire era considerato però la cenerentola della competizione e il campo non confutò questa teoria. Nel gruppo B lo Zaire affrontò rispettivamente Scozia, Jugoslavia e Brasile. Il 4-2-4 offensivo scelto da Vidinic si dimostrò non all’altezza e nella prima partita gli scozzesi si imposero per 2-0.

Immagine della partita tra gli scozzesi e i “leopardos” congolesi

La sconfitta non piacque a Mobutu che si aspettava una reazione nella seconda partita contro la Jugoslavia. Ma dopo 13 minuti del primo tempo gli slavi conducevano la partita per 3 reti a 0. Partì una chiamata da Kinshasa che arrivò al CT degli africani: il portiere, e capitano, Muamba Kazadi doveva essere sostituito dalla riserva Dimbi Tubilandu. Kazadi lasciò il campo in lacrime, ma la sostituzione non cambiò le sorti del match: alla fine del primo tempo la Jugoslavia vinceva per 6-0. La partita finì 9-0 e il coach Vidinic fu accusato di aver passato gli schemi da lui scelti ai suoi connazionali.

Dopo la pesante sconfitta subita contro la Jugoslavia, il presidente Mobutu partì per la Germania insieme ad altri collaboratori armati. Arrivato al ritiro della squadra, Mobutu incontrò la stessa e minacciò i calciatori e lo staff: al Brasile, non ancora qualificato per il turno successivo, serviva una vittoria per 3-0. Quello era il massimo del passivo che il dittatore poteva accettare, superato: i calciatori avrebbero subito le conseguenze della sua ira e con loro anche le famiglie.

Il 22 Giugno 1974 andò quindi in scena l’attesa partita. Il Brasile a 10 minuti dalla fine conduceva tranquillamente la partita per 3 reti a 0 quando venne fischiata una punizione al limite in favore dei verdeoro. Sul pallone Rivelino, che si apprestava a calciare col suo magico sinistro. I calciatori africani guardavano col fiato sospeso: se il pallone fosse andato in rete avrebbero rischiato la vita. Dalla barriera improvvisamente si staccò Mwepu Ilunga e si diresse correndo verso il pallone. Sotto agli occhi attoniti di Rivelino, Mwepu calciò la palla a cinquanta metri di distanza. I brasiliani e il resto del mondo risero davanti a quell’inspiegabile gesto, l’arbitro ammonì Mwepu e fece risistemare il pallone.

Mwepu mentre calcia via il pallone

La partita finì 3-0 e i congolesi riuscirono a salvarsi. Ma una volta tornati in patria vennero comunque emarginati e ridotti in povertà dal regime di Mobutu, a causa del pessimo mondiale chiuso con 0 reti fatte e 14 subite.

Per molti anni il gesto di Mwepu venne visto come simbolo dell’arretratezza del calcio africano: il mondo pensò che i giocatori dello Zaire neanche conoscessero le regole del gioco. Soltanto quando Mwepu raccontò la sua storia alla BBC, nel 2002, venne a galla la verità. Mwepu aveva paura che potessero fare del male alla sua famiglia e a lui stesso e, preso dal panico, calciò via quelle paure insieme al pallone di Rivelino.

Mwepu neanche avrebbe dovuto giocare quel giorno. Nella partita di 4 giorni prima, contro la Jugoslavia, l’attaccante Mulamba N’Diaye venne espulso per sbaglio dall’arbitro colombiano, Omar Delgado, proprio al posto di Mwepu.

Oggi quel pallone calciato via con paura e rabbia viene visto come un gesto di ribellione dalla terribile dittatura di Mobutu. Il calcio africano è cresciuto e si è liberato, almeno in parte, delle pressioni dei capi di stato. Nel 2010, al mondiale giocato in SudAfrica, il Ghana arrivò ad un passo da una storica semifinale, fermato solo dalla traversa colpita da Giyan su un rigore calciato al 120′. Il TP Mazembe, squadra proprio del Congo, raggiunse, sempre nel 2010, la finale del mondiale per club, eliminando i brasiliani dell’Internacional de Porto Alegre per poi perdere in finale contro l’Inter. Grandi calciatori africani continuano a crescere e ad arrivare nei più importanti campionati europei, mentre la storia dello Zaire rimane una delle più tristi mai accadute in un mondiale.

Il calcio al di là del muro: la Dinamo Berlino

La Germania Ovest è stata una delle nazioni più vincenti a livello calcistico, tradizione continuata anche dopo la caduta del muro. Viene quindi da chiedersi: “E al di là del muro?“. Proviamo a scoprirlo in questo nuovo appuntamento della rubrica parlando della “squadra più odiata della Germania”: la Dinamo Berlino.

Tra le 18 squadre che parteciperanno alla Bundesliga 2019/20 soltanto 2 vengono dall’Est: il RB Leipzig e la neopromossa Union Berlin. Soltanto una squadra tra le 18 che parteciperanno alla 2.Bundesliga, la serie B tedesca, viene dall’Est: la Dinamo Dresden. Soltanto, quindi, un dodicesimo delle squadre che prenderanno parte ai massimi campionati tedeschi hanno sede in città che, una volta, sarebbero state controllate dalla DDR.

Effetivamente, dalla divisione della Germania alla riunificazione, soltanto l’Ovest si impose con trionfi importanti, sia a livello di club che di nazionale: 3 mondiali nel ‘54 in Svizzera, nel ’74 in casa e nel ’90 in Italia (sebbene il muro fosse già caduto al mondiale poterono andare solo i giocatori dell’ovest); a cui si aggiungono le 3 Coppe dei Campioni consecutive del Bayern München e quella dell’Hamburg nel 1983 ai danni della Juventus.

Mentre le squadre dell’Ovest trionfavano, l’Est calcistico ammirava i “cugini” festeggiare. L’unica soddisfazione fu proprio al mondiale del ’74, in casa della BRD. Il destino fece si che le due Germanie si incrociassero ai gironi, suscitando le preoccupazioni per l’ordine pubblico. La partita fu sorvegliatissima e molto tesa, dentro e fuori dal campo. Al settantottesimo minuto Sparwasser regalò la vittoria alla DDR, nonché l’unica soddisfazione internazionale per la nazione, anche se poi a vincere la competizione furono proprio i cugini.

Bransch e Beckenbauer al termine della storica partita.

A livello di club, la Oberliga non poteva competere con la Bundesliga. Essendo un Paese sotto il controllo dei sovietici e quindi comunista, i giocatori della Oberliga erano considerati dilettanti. Il livello del campionato era un’ovvia conseguenza di questa scelta politica.

E fu proprio per scelte politiche che nacque l’era d’oro della Berliner Fussballclub Dynamo, più semplicemente Dinamo Berlino.

La Dinamo venne fondata, inizialmente, nel 1953, per poi essere rifondata nel 1966, quando divenne proprietà della Stasi: il ministero della sicurezza di stato, i servizi segreti della DDR. Il presidente della squadra divenne Erich Mielke: ministro della sicurezza di stato, a capo quindi della Stasi.

Fino al 1977/78, però, la squadra non riuscì ad ottenere grandi risultati, se non una finale di coppa nazionale nel 1971. Mielke decise allora di mettere le mani negli affari del campionato con trasferimenti irregolari e unidirezionali dei maggiori talenti del paese, favoreggiamenti arbitrali e un sistema di corruzione che trasformò l’Oberliga nel parco giochi della Dinamo.

Una foto di squadra della Dinamo Berlino

Dal 1978/79 al 1987/88, arrivarono 10 campionati di fila. Record assoluto per il campionato. I continui favoreggiamenti, i rigori su richiesta concessi (molte volte anche a tempo scaduto) e la situazione ambientale intorno alla squadra altro non fecero che renderla “la squadra più odiata della Germania” e diminuire di molte unità il numero di seguaci del calcio nella DDR. Questo importava ben poco, però, a Mielke che continuava a tessere le trame della Oberliga verso Berlino.

Al termine della stagione 1985/86 un altro episodio arbitrale a favore degli amaranto della Stasi passò alla storia come la vergogna di Lipsia: l’arbitro, Bernd Strumpf, concesse un rigore molto dubbio, che permise alla squadra di Berlino di agguantare il pareggio allo scadere e l’ottavo titolo consecutivo. Successivamente l’arbitro fu punito.

Una foto dell’incontro tra il Lokomotiv e la Dinamo

Nelle coppe europee, la Dinamo riuscì ad arrivare per ben due volte ai quarti di finale di Coppa Campioni: nel 1979/80, eliminati dai futuri vincitori del Nottingham Forest e nel 1983/84 dalla Roma che raggiunse la finale, poi persa ai rigori contro il Liverpool.

Dopo la caduta del Muro nel 1989, la Dinamo attreversò diverse crisi finanziarie e, senza più l’appoggio della politica, sprofondò fino alla Regionalliga Nordost, quarta serie tedesca, dove gioca tutt’ora. Le promesse erano state altre: dopo l’unificazione, infatti, la nuova proprietà aveva promesso che avrebbe fatto diventare la Dinamo l’Ajax tedesco. Evidentemente la promessa non fu mantenuta.

Tante volte la politica ha corrotto questo magnifico sport, allontanando le persone dagli stadi e da quella poesia e passione che dovrebbe essere alla base del calcio. Forse proprio le continue ingerenze della Stasi non hanno permesso alle squadre della DDR e alla nazionale di crescere e competere con l’ovest dopo l’unificazione, spiegando i numeri citati ad inizio articolo.

Nel 2014, la Germania ha vinto il suo primo mondiale dopo la riunificazione di 23 anni prima. Tra i 23 convocati di mister Low non figurava, però, nemmeno un giocatore di origini della Germania Est. Nessun giocatore dell’Est si è mai quindi laureato campione del mondo.

La crisi del calcio dell’Est continua anche oggi: a 30 anni dalla caduta del muro nessuna squadra proveniente dall’altra parte di Berlino ha mai vinto un titolo nazionale. Le differenze a livello sociale hanno scavato un solco, non soltanto nella vita quotidiana ma anche in quella calcistica sottolineando ancora di più il legame tra il football e la comunità in cui deve svilupparsi.

Viaggio verdeoro – 1.a Tappa: Porto Alegre

Finalmente si parte! La nostra prima tappa è Porto Alegre, città molto ricca nel Sud del Brasile e capitale dello Stato Rio Grande do Sul.
Porto Alegre ospita circa 1.5 Milioni di abitanti, tutti rigorosamente divisi tra due squadre: il Gremio e l’Internacional. Il Gre-Nal è infatti uno dei derby più sentiti del Paese.

Gli stadi in città sono due: l’Arena Gremio, da oltre 60mila persone, e l’Estadio Beira-Rio, con una capienza di 50.128 posti.

Gremio

Il Gremio, dai colori nero, bianco e azzurro, vanta nel suo palmares 2 titoli del Brasile, 5 Copa do Brasil, 3 Copa Libertadores ed 1 Coppa Intercontinentale.
L’allenatore è Renato Portaluppi, vecchia conoscenza a Roma sopratutto per le frequenti presenze in discoteca. Come allenatore la storia però sembra esser cambiata, essendo considerato uno dei migliori coach del continente Sud Americano.

Renato “Gaucho” è l’unico nella storia ad aver vinto la Copa Libertadores sia da allenatore che da giocatore.

Partendo dal reparto difensivo, i due giocatori di maggiore spicco sono sicuramente Pedro Geromel e Kannemann (su cui ogni estate è forte l’interesse del Cagliari). Due difensori diversi, più tecnico il primo, più roccioso il secondo, che formano una coppia quasi insuperabile, con anche il vizio del gol.
Da monitorare è anche Leonardo Gomes (detto Leo), terzino classe 1996 che si esalta nelle partite di Copa Libertadores (3 reti e 1 assist in 10 presenze).

Dopo la partenza di Arthur verso il Barcellona, a centrocampo sta brillando la stella di Jean Pyerre, giocatore di 21 anni paragonato in patria a Pogba per lo stile di gioco: sa infatti ricoprire ogni zona in mezzo al campo, essendo dotato di grandi capacità sia offensive che difensive.
La stella della squadra non può però che essere Everton Cebolinha, di cui abbiamo già parlato nella nostra Tappa 0 in quanto destinato a spiccare il volo verso l’Europa.
Chi invece sul treno per l’Europa non è mai salito è Luan, la cui carriera rischia di essere ormai compromessa. Il giocatore classe 1993 è da sempre stato considerato uno dei talenti più cristallini del Paese verdeoro, percorrendo tutta la trafila delle Nazionali giovanili fino ad esordire anche con la Seleçao. Due anni fa è stato scelto come miglior giocatore del campionato e della Libertadores (vinta dal “tricolor azul“), e molti club europei hanno fatto offerte alla società: questa però ha resistito, ed adesso Luan siede in panchina, anche a causa di un peso non eccellente.

Luan con Neymar alle Olimpiadi di Rio 2016, dove il Brasile ha vinto l’oro

Al momento in cui scriviamo il Gremio si trova in campionato all’11° posizione, avendo giocato quasi tutte le partite con la squadra riserve, per privilegiare la Copa Libertadores (stanotte il Tricolor si gioca l’accesso ai Quarti di Finale, partendo dall’1-0 dell’andata) e la Copa do Brasil (in Semifinale).

Internacional

L’Internacional de Porto Alegre, dipinto di bianco e rosso, ha vinto invece 3 titoli del Brasile, 1 Copa do Brasil e 2 Copa Libertadores.
Alla guida del club vi è Odair Hellmann, allenatore alla prima esperienza su una panchina.

Marcelo Lomba, portiere del “Colorado”, è una delle colonne della squadra, che vanta una grande retroguardia grazie anche a Victor Cuesta e Rodrigo Moledo, anche loro considerati una delle coppie difensive più forti del Paese: questo è un altro aspetto caldissimo del Gre-Nal.
Un difensore molto interessante era il terzino sinistro del 1997 Iago, da sempre nelle rose delle Nazionali giovanili del Brasile, il quale è però ormai stato venduto in Germania all’Augsburg per circa 8 Mln di euro.

Moledo e Cuesta

A centrocampo spicca la presenza di Rodrigo Dourado, centrocampista centrale capitano della squadra, che però al momento è ai box per un infortunio al ginocchio. Accanto a lui agiscono Patrick, grandissimo recupera palloni, ed Edenilson, vecchia conoscenza italiana con le maglie di Genoa ed Udinese.
È però dalla trequarti in su che l’Inter spicca in quanto a forza. Il tridente titolare è infatti composto da tre giocatori conosciuti ai più.
A destra agisce Nico Lopez, portato a 19 anni alla Roma da Sabatini come uno dei giovani più interessanti nel panorama calcistico, che dopo le delusioni in Italia sembra aver trovato la dimensione perfetta in Brasile.
A sinistra troviamo invece Andres d’Alessandro, quel giocatore che fece innamorare tutti con la sua “Boba” e di cui nel 2002, un certo Diego Armando Maradona, disse: “«È il giocatore che più mi assomiglia, l’unico che mi fa divertire guardando una partita di calcio.»

La Boba di d’Alessandro, ancora a 37 anni.

Non si può che concludere con la prima punta, il numero 9 di cui tutto il mondo è innamorato. Il bomber dell’Internacional è nientemeno che El Depredador Paolo Guerrero, che dopo i successi in Germania è emigrato in Brasile trovando la gloria eterna. Il peruviano si è trasferito a Porto Alegre dopo la discussa squalifica, segnando già 10 reti in 16 partite con il Colorado.

La situazione di classifica dell’Internacional, nonostante l’ampio turnover in campionato, è migliore di quella dei concittadini: l’Inter si trova al 6° posto, essendo poi anch’esso qualificato ai Quarti di Finale di Copa Libertadores ed in Semifinale di Copa do Brasil, dove tutti sognano un derby infuocato per assegnare il trofeo.

Estadio Nacional: la partita fantasma

L’11 Settembre 1973 è un giorno triste per il Cile: quel giorno, infatti, il governo del presidente eletto Salvador Allende fu rovesciato con un golpe, per mano dei militari comandati da Augusto Pinochet.

Da quel giorno, il Paese si trovò governato da una dittatura militare che non tollerava opposizioni: iniziarono subito una serie di deportazioni e torture dirette a quelli che, secondo Pinochet, erano nemici del regime.

L’Estadio Nacional di Santiago, capitale cilena, ospitava le partite delle tante squadre della città e quelle della nazionale: la Roja. Quando la dittatura si instaurò, però, lo stadio venne utilizzato come campo di concentramento e molte persone vennero portate all’interno dell’impianto prima di essere torturate, uccise o fatte sparire in uno dei tanti voli della morte.

I militari all’interno dell’Estadio Nacional, dopo il golpe dell’11 Settembre

Nel frattempo, la nazionale di calcio cilena era impegnata nelle qualificazioni al Mondiale in Germania Ovest del 1974, dopo l’assenza dall’edizione precedente in Messico nel ‘70.

Durante il girone di qualificazione sudamericano, sfruttando il ritiro del Venezuela, i cileni riuscirono ad avere la meglio sui rivali del Perù: all’andata i peruviani vinsero per 2-0, stesso risultato nel ritorno ma in favore della roja e nel replay, giocato a Montevideo, il Cile riuscì a vincere e ad eliminare i biancorossi.

Per riuscire ad arrivare alla competizione iridata il Cile doveva ancora, però, battersi contro una squadra del girone Europa. Il destino volle che, a pochi mesi dal golpe militare, lo spareggio mondiale sarebbe stato Cile-URSS.

URSS-Cile, immagine della partita

Il governo di Allende fu il primo retto da un socialista eletto democraticamente. I rapporti, quindi, con l’Unione Sovietica erano buoni e nel mondo spaccato in 2, il Cile si schierava con i Paesi del Patto di Varsavia.

Dopo il golpe, con il sospetto del finanziamento degli USA ai golpisti, i rapporti tra i sudamericani e i sovietici divennero irrimediabilmente pessimi. I russi chiesero alla FIFA di indagare sulle torture perpetrate dal regime all’interno dell’Estadio Nacional designato per ospitare la partita di ritorno.

In un clima di tensione surreale, il 26 Settembre 1973 al Central Lenin Stadium di Mosca, davanti a 49.000 persone, andò in scena l’andata dello spareggio mondiale. La partita fu molto dura, i sovietici si lamentarono poi dell’arbitraggio del brasiliano Armando Marques, ma finì in un pareggio a reti bianche. Tutto rimandato al ritorno, il 21 Novembre 1973 all’Estadio Nacional di Santiago.

La FIFA concluse le indagini, richieste all’Urss e da altri paesi, sull’utilizzo dello stadio come campo di concentramento: i commissari internazionali negarono che lo stadio fosse utilizzato come campo di concentramento e diedero il via libera alla partita. I sovietici, allora, presero una drastica decisione: non si sarebbero presentati a Santiago per disputare il ritorno, in protesta con l’insabbiamento della FIFA.

Tutti erano a conoscenza della decisione, ma Pinochet obbligò la federazione a far giocare la partita, senza avversari in campo. Cosi, davanti a circa 15.000 persone, il Cile scese in campo da solo. 11 giocatori contro 0. Battuto il calcio di inizio, tutti i componenti della squadra toccarono il pallone prima che venisse depositato nella porta sguarnita dal capitano Francisco Valdes. Gli spettatori guardarono ammutoliti quella scena paradossale mentre si preparavano ad assistere all’amichevole tra la roja e il Santos.

I giocatori cileni dopo il gol di Valdes.

La FIFA diede la vittoria a tavolino al Cile e nei referti la partita risulta finita 2-0. Il Cile si qualificò quindi al mondiale dell’anno successivo dove uscì ai gironi dopo aver affrontato Germania Ovest (squadra di casa), Germania Est e Australia.

Carlos Caszely passò alla storia per essere stato il primo giocatore ad un mondiale a cui l’arbitro abbia sventolato il cartellino rosso (misura adottata nel 1970 ma mai utilizzata fino ad allora), ma non solo: lui, nemico dichiarato del regime militare, rifiutò di stringere la mano a Pinochet, rischiando la sua e la vita dei suoi familiari.
Il regime in Cile durò fino al 1990 e fece 40000 vittime tra uccisioni, torture e i cosiddetti desaparecidos.

L’incontro tra Pinochet e Caszely, il calciatore rifiutò di stringere la mano al dittatore cileno.

Nella storia del football, tutti i regimi totalitari, di ogni genere, hanno utilizzato il calcio come vetrina o come strumento di propaganda. L’impatto sull’opinione pubblica del calcio è talmente grande che, purtroppo, i regimi cercano di sfruttarlo per legittimare le proprie politiche e per gettare del fumo negli occhi di chi cerca di investigare sulla situazione.
Fortunatamente nell’arco del tempo ci sono state, e continuano ad esserci, persone che hanno lottato perché il calcio fosse uno strumento di libertà, condizione fondamentale per vivere e giocare a calcio felici.