Mentre ci muoviamo in direzione San Paolo, quarta tappa del nostro Viaggio Verdeoro, facciamo un salto indietro nel tempo e andiamo a scoprire la storia di chi ha provato a fare la rivoluzione su un campo da calcio. Ecco il nuovo appuntamento con “Le radici politiche nel calcio”.

Tra il 31 Marzo e il 1° Aprile 1964, in Brasile, il governo di Joao Goulart venne deposto da un colpo di stato militare. L’ex presidente Goulart non era visto di buon occhio dalle forze armate per le sue simpatie politiche nei confronti delle potenze comuniste e per le riforme di nazionalizzazione delle compagnie petrolifere. Questo tipo di politica era mal vista anche dagli Stati Uniti, che portavano avanti la loro influenza su tutto il continente sud americano. Il 15 aprile il maresciallo Humberto de Alencar Castelo Branco divenne presidente del Brasile.

Il nuovo presidente vietò gli scioperi e mise fuorilegge i sindacati e tutte le forze politiche, le garanzie costituzionali vennero sospese e iniziarono le repressioni nei confronti degli oppositori.

Il campionato Brasiliano era lo specchio del paese: un caos organizzativo. Nei primi sei mesi dell’anno si giocava il Brasileirao, il campionato nazionale, negli altri 6 mesi si giocavano i campionati statali, l’Estaduais. Regole e formule venivano cambiate di anno in anno per favorire o sfavorire qualcuno, a seconda delle simpatie del regime.

Nel 1978 il Brasile era un paese ormai assopito e seduto, senza più ne forze ne idee per combattere la repressione del regime. Quell’anno, però, dopo 4 stagioni al Botafogo, a San Paolo sponda Corinthians arrivò Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, meglio conosciuto come Socrates.

Socrates nacque a Belem nel 1954, da una famiglia povera. Suo padre, seppur non istruito, decise di chiamarlo “Socrates” dopo aver letto l’opera del filosofo greco Platone “La repubblica”. Il padre riuscì anche a pagargli l’istruzione universitaria che permise a Socrates di laurearsi in medicina. Nonostante la laurea, Socrates aveva il sogno di diventare calciatore e per questo motivo non esercitò la professione.

Arrivato al Corinthians, Socrates fu la mente dietro ad uno dei progetti più ambiziosi della storia del calcio, non solo brasiliano ma mondiale. O doutor (il soprannome del futuro capitano del Brasile ai mondiali dell’82 e dell’86) diede vita alla famosa Democracia Corinthiana. Il Corinthians divenne il primo caso di squadra autogestita dai calciatori: ogni decisione, dall’ora dei pasti alla formazione da schierare, veniva messa al voto. Ogni voto valeva uno, a prescindere da chi fosse a votare, un magazziniere o il Capitano.

I calciatori del Corinthians capirono che il calcio poteva diventare la scintilla nel popolo brasiliano, una scossa emotiva che poteva colpire non solo gli oppressi ma anche gli oppressori. Si decise così di iniziare a mandare piccoli segnali attraverso scritte su magliette e striscioni in campo.

Socrates con la maglia del Corinthians e la scritta “Democracia” stampata dietro.

I giocatori votarono a favore della decisione di scendere in campo con la scritta democracia stampata sopra il numero. E il 16 Marzo 1982 arrivò il primo ed inequivocabile segnale della Democracia: i giocatori del Timao (soprannome del Corinthians), per gli ottavi di finale del Brasileirao contro il Vitoria Bahia, portarono in campo uno striscione con scritto <<Libertà per Luiz e Ricardo>>. Luiz Montego e Ricardo De Souza erano due sindacalisti di Grajau, incarcerati dal regime nel 1974 e mai più liberati.

Il pubblico si ammutolì, la stampa rimase a bocca aperta. Finite le partite del Corinthians, i giocatori in sala stampa non si limitavano solo a parlare di calcio, ma più volte esortavano le persone a cercare la verità e a ribellarsi alle politiche del regime.

Così tra i colpi di tacco di Socrates, i saluti a pugno chiuso prima dell’inizio della partita e gli striscioni, la storia della Democracia fece presto il giro del mondo. L’accoglienza riservata alla squadra paulista in trasferta era sempre spaccata tra chi applaudiva ai messaggi e tra chi invece fischiava e contestava l’atteggiamento del Timao.

Uno dei tanti striscioni portati in campo dal Corinthians.

Socrates fu il simbolo dell’autogestione, la mente pensante fuori e dentro al campo. Lui sosteneva che al mondo esistono due tipi di giocatori: quelli che giocano con i piedi e quelli che giocano pensando. Lui era sicuramente del secondo tipo. Leader calcistico e “politico” di una squadra che voleva scuotere l’animo dei brasiliani, da troppo tempo sopito.

Nel 1982 Socrates e il suo Corinthians vinsero il Paulista e si ripeterono nel 1983. O doutor capitanò il Brasile di Zico e Falcao ai mondiali del 1982 e di nuovo nel 1986. Le sue giocate, i suoi colpi di tacco, il suo marchio di fabbrica, illuminavano i cuori delle persone.

Nel 1984, Socrates si trasferì in Italia a Firenze. Con la Viola giocò una sola stagione prima di tornare in patria al Flamengo e di chiudere la carriera al Santos. Più volte dichiarò che il suo sogno era quello di morire di domenica, con il Corinthians campione.

Così fu, il 12 Dicembre 2011 Socrates se ne andò, colpito da un arresto cardiaco dopo una notte passata a bere (suo grande vizio), mentre il suo Corinthians si laureava campione nazionale.

La Democracia Corinthiana di Socrates fu l’unico esempio riuscito di una squadra di calcio, autogestita, che provava a fare la rivoluzione. Socrates riuscì a capire meglio di tutti la forza che il futebol poteva avere, riuscì a trascendere lo sport, il pallone e a portare la squadra in un’altra dimensione. Il Corinthians divenne il simbolo di tutte le persone stanche del regime dittatoriale e della repressione. I loro striscioni diedero coraggio a tutti quelli che non ne avevano per protestare contro la giunta.

Il 17 Dicembre 1989, il Brasile tornò a votare per eleggere il proprio presidente. La dittatura finì e la Democracia rimase l’unico tentativo di rivolta mai messa in atto in Brasile.

Come è oggi il Brasileirao. E il Corinthians? In attesa di scoprirlo nella quarta tappa del nostro Viaggio Verdeoro, tuffati nel mondo del futebol brasileiro attraverso le prime tre tappe del viaggio, qui.