A maggio la Spal otteneva la salvezza con parecchie giornate d’anticipo grazie alla vittoria per 0-4 sul campo del Chievo Verona.

Solo cinque mesi fa la Spal veniva elogiata da quasi tutti gli addetti ai lavori per la lungimiranza della dirigenza, capace di creare una squadra in grado di ottenere due salvezze consecutive (la seconda anche sconfinando la fatidica quota “40 punti”) spendendo poco o niente sul mercato e lanciando i propri fedelissimi.
Oggi, dopo neanche un terzo di campionato, la situazione si è ribaltata completamente.

Gli estensi, dopo la pesantissima sconfitta casalinga contro la Sampdoria, sono ultimi in classifica a pari punti con il Brescia (le rondinelle devono recuperare una partita), hanno il peggior attacco della Lega: sette goal segnati in undici partite, ma sopratutto un gioco sterile caratterizzato dalla pochissima qualità tecnica dei suoi interpreti.
Come se non bastasse al quadro appena delineato, a Ferrara, si aggiunge l’aria quasi dismessa che si é iniziata a respirare ultimamente. Infatti, subito dopo la partita con i blucerchiati, il presidente Colombarini si è lasciato andare ad alcune affermazioni davvero preoccupanti: “Siamo in A da due anni, dopo un lungo periodo in C e in B, proveremo e salvarci ma se non ci dovessimo riuscire… Amen”.

Tralasciando futili discorsi relativi alla quota “paracadute” per chi retrocede entro tre anni dalla promozione che esulano totalmente dall’idea di calcio, si tratta di parole che non danno certo sicurezza né ai giocatori, né (soprattutto) ai tifosi che, dopo anni di purgatorio, vogliono tenere vivo il sogno della massima competizione.

Già in estate a Ferrara si percepiva come il vento stesse cambiando: la cessione di Lazzari alla Lazio per 10 milioni più il cartellino di Murgia (con D’Alessandro come sostituto in fascia) aveva destato i primi sospetti su una dirigenza più incline al profilo basso piuttosto che all’ulteriore salto di qualità. Pensare di sostituire uno dei migliori esterni del campionato, in orbita nazionale, con un giocatore di discreto livello ma nulla più è emblematico, agli occhi di tutti, delle intenzioni della dirigenza.

In entrata poi, oltre a Berisha e Di Francesco, i biancazzurri hanno fatto davvero poco, puntando ancora sulla fisicità di giocatori come Kurtic e Petagna piuttosto che sulla tecnica dei palleggiatori e su un centrocampo onesto dove manca però un regista capace di accendere la luce e di creare qualcosa di imprevedibile per le difese avversarie. Questa scelta, azzardata per molti, non sta dando i frutti sperati per la Spal che in trasferta non ha ancora segnato una singola rete in sei uscite.

A tutto ciò si aggiunge un reparto offensivo a dir poco disastroso. Escluso l’ottimo Petagna (più di 15 reti la scorsa stagione) e Di Francesco (ai box per un infortunio da ormai un mese) Semplici può contare su Floccari, a breve 38enne, Paloschi, fuori rosa per aver rifiutato la cessione in estate e Moncini, esordiente in A.
Come se non bastasse la Spal ha anche dovuto fare i conti con infortuni drammatici per l’economia della squadra. Fares, tra i migliori la scorsa stagione, e D’Alessandro (chiamato a sostituire Lazzari) sono entrambi ai box per la rottura del legamento crociato anteriore e mettere in campo il 352 senza gli esterni titolari risulta poco agevole.

D’Alessandro che esce dolorante al ginocchio (rottura del crociato per lui) durante il match contro il Sassuolo.

Semplici, che di recente ha festeggiato le 200 panchine biancazzurre, sta provando a più riprese ad inventarsi qualcosa ma i risultati latitano e la situazione in classifica si fa sempre più difficile.
Nulla è compromesso a 27 giornate dal termine della stagione ma la Spal deve invertire immediatamente la rotta, visto che nei due match salvezza giocati al “Mazza” contro Sampdoria e Lecce sono arrivate due sconfitte.
Già domenica gli estensi saranno di scena ad Udine in un match dove una, ennesima, sconfitta potrebbe rendere tragica una classifica già abbastanza compromessa.

Ciò che più preoccupa il caldo tifo ferrarese, però, non è tanto il gioco o la crisi di risultati quanto piuttosto un’aria di desolazione e arrendevolezza da parte della dirigenza. Nessuno pensava fosse facile ottenere la terza salvezza consecutiva ma, allo stesso tempo, nessuno si aspettava una rassegnazione (esplicita) direttamente dalla dirigenza già a novembre.
Una piazza calda e genuina come Ferrara merita ampiamente la Serie A ma per restare nella massima serie ci vuole, fuori dal campo, forza di volontà e voglia di combattere. E se una delle due viene a mancare addirittura dal presidente la strada si fa più impervia che mai.